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Belgrado apripista in Europa: «Produrremo i vaccini russi»

Dosi del vaccino Sputnik V in arrivo a Belgrado (Foto del Governo serbo)

La Serbia conta di andare a regime entro fine anno: «Milioni di dosi, potremo venderle anche ad altri Paesi». Il vicepremier di Mosca: «Pianifichiamo una graduale delocalizzazione» 

BELGRADO. La salvezza per i Balcani ancora fuori dall’Ue? Potrebbe trovarsi nel vaccino russo Sputnik V autoprodotto in Serbia, il Paese della regione più affine a Mosca.

È questo lo scenario che si sta dispiegando a Belgrado, dopo sempre più frequenti abboccamenti e incontri tra la leadership serba e il Cremlino.

Lo ha confermato il ministro serbo dell’Innovazione, Nenad Popovic, specificando che nel giro dei prossimi due o tre mesi dovrebbe partire a Belgrado una significativa «fase uno», dopo la prima luce verde da Mosca.

Fase che riguarda «il trasporto del vaccino dalla Russia» in Serbia, il «riempimento delle fiale» all’Istituto nazionale serbo Torlak e poi la distribuzione del farmaco. Questo primo segmento di mero assemblaggio dovrebbe però essere seguito da un secondo ciclo: la produzione vera e propria, che nelle intenzioni di Belgrado potrebbe concretizzarsi già entro fine anno a beneficio non solo della Serbia, ma di tutta la regione balcanica. E oltre.

Anche «Germania, Austria, Ungheria e Cechia» avrebbero infatti auspicato, attraverso canali riservati, il «rapido avvio» della produzione in Serbia, ha svelato Popovic.

Il quadro è stato confermato dal vicepremier russo Yuri Borisov, in visita in Serbia: «Pianifichiamo di delocalizzare gradualmente la produzione del portentoso vaccino russo», ha pomposamente affermato Borisov, a beneficio «della Serbia, ma anche dei Paesi balcanici vicini».

Se tutto andrà come previsto, la nazione che si sente sorella della Russia potrebbe diventare non solo uno fra i Paesi all’avanguardia nella vaccinazione di massa – è sempre seconda in Europa - ma anche l’apripista nel Vecchio continente della produzione dello Sputnik.

«Vogliamo produrre il vaccino russo» al Torlak, Istituto che dopo anni di abbandono è «risorto dalle ceneri», ha dichiarato di recente anche la premier serba Ana Brnabić.

Che tutto vada in questa direzione è stato confermato anche dal segretario di Stato alla Salute, Mirsad Djerlek, che ha spiegato che Mosca sarebbe pronta a fornire anche la tecnologia necessaria.

Mentre il presidente serbo Aleksandar Vučić ha assicurato che esperti russi hanno validato le capacità produttive dell’istituto Torlak, anticipando che la Serbia può puntare a «produrre venti milioni di dosi all’anno» di vaccino.

«A noi ne servono da cinque a sei» e «il resto potremo venderlo nella regione», ha detto Vučić. I clienti non dovrebbero mancare, dato che il resto dei Balcani extra-Ue resta per ora praticamente a secco; e pure la Croazia starebbe pensando di rivolgersi a Mosca, in caso di ulteriori ritardi a livello Ue.

Troppo rosee, le aspettative serbe? Solo in parte. La Serbia è in grado di “assemblare” il vaccino «con la materia prima» in arrivo da Mosca «nel giro di due-tre mesi», conferma a Il Piccolo il professore d’immunologia Dusan Popadic.

Più complicata e macchinosa potrebbe rivelarsi invece la produzione in loco dello Sputnik, ma comunque non una chimera. Servono soprattutto nuovi investimenti in macchinari al Torlak, istituto comunque di valore.

Si può immaginare di raggiungere l’obiettivo in tempi forse più lunghi di quelli stimati dal governo, non meno di «un anno» dopo la stipula degli accordi definitivi con Mosca, valuta Popadic. In ogni caso l’assemblaggio è già «un ottimo risultato», perché aumenterà la disponibilità del vaccino.

E se anche produzione sarà, sarà una probabile «soluzione» per tutti i Balcani in penuria di dosi: la regione già «ai tempi della Jugoslavia usava i vaccini del Torlak» e del suo omologo zagabrese e si fida di quelle istituzioni. «Non bisogna pensare troppo alla politica, quando servono i vaccini» e questi mancano «perché la produzione a livello globale non è sufficiente», ricorda il professore.

La Serbia comunque non è sola. Il Kazakistan ha ricevuto martedì 16 febbraio «la certificazione» necessaria da Mosca per la produzione dello Sputnik, primo Stato al mondo. Secondo il Russian Direct Investment Fund (Rdif), che ha finanziato la ricerca e lo sviluppo dell’antidoto, seguiranno a ruota anche Brasile, Corea del Sud e India. E a ruota, probabilmente, la Serbia.

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