Sono tutte in salita le vie e le anime di Trieste. La sua natura l’hanno capita anche in Giappone

Atsuko Suga la guarda dal suo hotel in alto sulla collina e la vede proprio come la vedeva Saba

Sono un pigro. Figlio di genitori di pianura e a lungo abitatore delle terre piattissime del Manitoba dove si riesce a vedere un cane che fugge per tre giorni. O la Venezia dell’infanzia con i campi quieti che si allagano se soffia il mare imbestialito. Ma qui sono tornato perché questo xe el bel de ‘sta zità e questa xe anca la su’ malora, con gli occhi mai abituati a questo scalino di roccia che si inalbera.
Sono quasi quasi sollevato che il tram di Opicina sia in quiescenza per un periodo inimmaginabile.
Quelle rotaie con una pendenza paurosa mi hanno sempre angosciato. Non sono quelle pacifiche del mitico tram 28 a Lisbona, queste sono squarci vertiginosi nella collina.


Tutto parla di salite qui e si finisce in un labirinto di riferimenti che arrivano anche non voluti mentre mi arrampico a fatica perché arriva sempre la gioia di scoprire il mare con le navi e il promontorio, e la folla e le tende del mercato.
La via Rossetti ad esempio, che precorro col suo rumore e i gas di scarico, mantiene un vago ricordo di verde contrada suburbana, ormai sempre più città, meno campagna, quando c’era solo il fascino delle ville, sperse, dei suoi radi filari d’alberelli.


Andare per queste vie erte implica la ricerca di un posto per sedersi quasi introvabile, salendo un’erta, popolosa in principio, in là deserta, chiusa da un muricciolo, un cantuccio in cui solo siedo, visto che i bar nella versione contemporanea della Peste Nera sono quasi evaporati e bisogna comunque bere lontano dal locale e riprendere fiato faticosamente, tra mascherine e occhiali appannati.
Ammetto che gli scorci sono potenti. Pure Atsuko Suga nel suo libro “Trieste no sakamichi”, ossia “Le vie in salita di Trieste”, scrive l’hotel è posto in collina, un po’ fuori dal centro, e si gode una bella vista della città (…). Vedo Trieste come la vedeva Saba (…). I tetti neri della città vecchia contrastano con il blu del cielo e del mar Adriatico e con il bianco dei gabbiani che volano compiendo cerchi nell’aria.
Anche Del Giudice nello Stadio di Wimbledon, nella sua inquieta ricerca di Bobi Bazlen, parla della serpentina di vialetti in salita: una volta ho di fronte una palazzina, un’altra volta la palazzina opposta. Ad ogni gomito la visuale si ribalta, come in piscina.


Pare dunque che in questa città tutti cerchino qualcosa o qualcuno; forse salire in alto offre una visione più ampia e, come la Piccola Vedetta Lombarda, forse permette di individuare quanto si cerca, ma si rischia grosso: lui è stato impallinato. Forse è meglio non cercare troppo qui - c’è troppo da trovare - ma lasciarsi cullare dalla ricerca e dalle associazioni mentali che arrivano come i refoli.
Del Giudice ci suggerisce un avanzare per prossimità, giustapposizioni e elisioni, spezzetta il tempo e lo spazio, ci riporta al kishotenketsu di Suga, un po’ come la vita nelle chiacchiere da bar quotidiano in cui lo spazio-tempo è confuso e sovrapposto e spesso fonte di accalorate discussioni. È una testimonianza sempre reiterata e rivissuta.


Nel migliore dei casi si scopre, come nel libro gentile di Jan Morris, la propria vera identità in questo non-luogo per solitari erranti e scontrosi che ci permette coordinate parzialmente definite. Un posto con il quale, citando le parole di Grisancich, è difficile dialogare perché non si capisce mai cosa vogliano i triestini, strattonati tra disastri storici e il disagio degli intervalli tra di loro.
Forse dopo tutta questa quotidiana fatica si desidera solo qualcosa di non straordinario, di sottotono, che rassicuri e che smorzi il continuo domandarsi quale sia il rapporto tra lo scrivere di questa città e la vita che ci permette di fare: forse la soluzione più salvifica è un fèrmite con mi, vien qua, vizin de mi, posa la testa su la mia spala, riposite (…) Senti che bel, che pase! —

 

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