Treni, occupazione, ristori: ecco cosa il Friuli Venezia Giulia chiede a Draghi

Tra le priorità individuate per il rilancio del territorio anche la difesa dell’ambiente e la trasformazione digitale della pubblica amministrazione. Sì a nuovi ristori

TRIESTE Ristori e prolungamento del blocco dei licenziamenti ancora per qualche mese. Ma anche investimenti di prospettiva lunga, a partire dalla conferma del “pacchetto Trieste” legato al Recovery fund, determinante per il sistema portuale. E infrastrutture, il nodo irrisolto che isola il Friuli Venezia Giulia. Sono le richieste di imprese, associazioni e sindacati al governo Draghi prossimo all’investitura. Con un’attenzione trasversale anche al “green”.

«La nostra partita è ferma a Roma, vale 388 milioni, è dettagliata nel rispetto delle linee del Next Generation EU, ci aspettiamo che si proceda secondo attese», dice il presidente del porto Zeno D’Agostino citando per primo «la forte connotazione ambientalista che già caratterizza il nascente governo con concetti come la transizione ecologica che l’Autorità ha non solo seguito, ma su cui ha fondato le sue richieste».



Legambiente Fvg, da parte sua, ha pure redatto un documento in cui, a firma del presidente regionale Sandro Cargnelutti, si propone la riconversione della centrale a carbone di Monfalcone, la decarbonizzazione del Tpl, la rigenerazione energetica e strutturale del patrimonio edilizio Ater, l’agrivoltaico, piani di difesa del suolo e di forestazione, «abbandonando vecchie logiche come la costruzione di impianti di sci a quote poco più che collinari e l’ipersfruttamento dei fiumi».

Ma di economia circolare parla anche Michelangelo Agrusti. «I rifiuti dovranno diventare le nostre miniere», sintetizza il presidente di Confindustria Alto Adriatico elencando anche alti temi: dal potenziamento della linea ferroviaria Trieste-Venezia all’alta capacità della Venezia-Pordenone-Udine-Tarvisio, «per collegare il territorio ai corridoi centroeuropei ad alta velocità», dalla trasformazione digitale del sistema manifatturiero, della pubblica amministrazione e dei servizi all’investimento sulla formazione del capitale umano, «attraverso il sostegno a centri di ricerca, università e istituti tecnici superiori». E poi, aggiunge Agrusti, «ci vuole il rafforzamento della medicina territoriale per non farci trovare impreparati alla prossima emergenza».



Per il presidente della Fondazione internazionale Trieste Stefano Fantoni, già champion dell’Esof2020 e direttore della Sissa, una parte dei fondi del Recovery «andrebbe usata per offrire ai giovani la possibilità di accedere a più strumenti per fare ricerca, consolidando inoltre un dialogo più stretto fra scienza, che deve uscire dalla torre d’avorio, imprese e innovazione. Esof2020 è stato un messaggio forte che è arrivato all’Europa e al Paese. Ma non dobbiamo fermarci».

Sul fronte turistico l’assessore regionale Sergio Bini sa che i ristori serviranno ancora, ma guarda avanti: «Per rilanciare il comparto più colpito dal Covid è necessaria l’infrastrutturazione, dalla viabilità montana al rafforzamento di ferrovie e aeroporto, con il recupero, quando sarà possibile, dei collegamenti persi su Fiumicino».

I sindacati si concentrano sul lavoro, chiedendo innanzitutto la conferma del blocco dei licenziamenti. «Fino a fine anno», sollecita il segretario della Cisl Fvg Alberto Monticco, che parla poi di «integrazione della logistica ed economia circolare come volano per il rilancio delle imprese». Per Villiam Pezzetta della Cgil «servono liquidità immediata per un mondo del lavoro molto precarizzato messo all’angolo dalla pandemia, una riforma degli ammortizzatori sociali e investimenti con i fondi Ue, ma concordati su un tavolo di regia regionale». Giacinto Menis della Uil guarda ancora al porto: «In una regione come la nostra quella delle infrastrutture è la questione chiave». —


 

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