Insultare i vigili urbani (anche sul web) a Trieste può costare caro: il "conto" va dai 500 ai 10 mila euro

Vigili urbani a Trieste (Silvano)

Fissati via delibera dalla giunta i criteri per quantificare il risarcimento dei danni in caso di offesa di persona o sul web. Ecco come funziona la novità.

TRIESTE Offendere un vigile urbano, di persona o sui social, può costar caro. Per la precisione, una cifra compresa fra i 500 e i 10 mila euro. Lo stabilisce la delibera redatta dal vicesindaco Paolo Polidori volta a stabilire l’entità delle “ammende” (per la precisione delle richieste di danni) per chi decide di pigliare a male parole un agente della Polizia locale. Il testo è già stato approvato dalla giunta.

Che i vigili urbani siano spesso oggetto di contumelie e scoppi d’ira da parte di cittadini freschi di multa è fuor di dubbio. Nel rapporto con i suoi agenti della municipale, Trieste non si differenzia molto dalle altre città italiane. Ma il pericolo ora corre sul web, e prendersela con i vigili urbani anche in un commento sui social potrebbe avere delle conseguenze: l’amministrazione ha deciso infatti di difendere il buon nome dei suoi agenti in ogni sede. La delibera inquadra così il fenomeno: «Si verificano casi nei quali il Corpo di Polizia locale, nel corretto adempimento dei propri compiti istituzionali e dei propri doveri, viene fatto oggetto di commenti diffamatori che ne ledono l’onore e il prestigio, tanto più lesivi in quanto spesso amplificati nella loro portata e nella sfera dei loro destinatari attraverso l’utilizzo delle piattaforme social».


Storie del genere di solito approdano in tribunale, a Trieste ce n’è in media un paio l’anno. Il codice penale prevede la possibilità che un imputato per diffamazione possa estinguere il reato riparando il danno mediante un risarcimento, evitando così le magagne derivanti da un processo penale. La legge, però, non specifica su quali criteri andrebbe valutata la gravità del danno stesso. E quindi l’entità del risarcimento. È qui che il Comune interviene, fissando un massimo e un minimo di richiesta danni, stilando un elenco di fattori che dovrebbero contribuire a quantificarlo: «È un modo per favorire la risoluzione dei processi per diffamazione – spiega Polidori – e non per far cassa. Gli eventuali introiti verranno sempre impiegati in beneficenza o comunque a fini sociali».

La delibera, dicevamo, stabilisce dei fattori di quantificazione: la gravità dell’offesa in sé, il mezzo su cui viene propagata «con particolare attenzione ai social» e la sua risonanza anche mediatica, il fatto attribuito al Corpo dal diffamatore, eventuali recidive. Starà alla giunta decidere se procedere o meno con la richiesta dei danni, di volta in volta, ma spetterà al comandante dei vigili basarsi su questi fattori per decidere l’entità, compresa fra i 500 e i 10 mila euro appunto. Starà poi al giudice dire l’ultima parola.

Commenta Polidori, titolare in giunta della delega alla Sicurezza e alla Polizia locale: «In questi anni non ci si rende conto del fatto che sui social non si è mere figure, ma persone reali in un mezzo di diffusione enormemente superiore a una chiacchiera da bar. Con questo provvedimento vogliamo tutelare il buon nome del Corpo, insignito della medaglia al valore civile e militare, ma anche ricomporre le cause senza appesantire i tribunali. Con importi limitati, comunque inferiori ai costi di una causa in tribunale, anche per il querelato». –


 

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