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Salvini: «Gli esuli italiani due volte. Faremo tesoro del loro esempio»

Matteo Salvini

Il leader della Lega: «Tanti giuliani e dalmati furono decisivi per il riscatto del Paese» 

TRIESTE La Giornata del Ricordo è stata una delle più ardue conquiste della nostra coscienza collettiva. Il perché è presto detto. Le ragioni sono note. Se infatti nazismo e fascismo sono stati sconfitti nella seconda guerra mondiale e giudicati dalla Storia, per attendere il collasso del comunismo - un’ideologia non meno tragica per contabilità di vittime innocenti e repressione della libertà - abbiamo dovuto attendere in Europa fino agli ultimi anni del secolo scorso, quando insieme ai calcinacci del muro di Berlino sono crollati i castelli di criminali menzogne che fino ad allora avevano tenuto nascoste troppe scomode verità.



Tra queste, l’immane tragedia delle foibe è forse la più atroce per come ha saputo mescolare odio etnico e odio sociale, deportazioni di massa e tecniche di sterminio, diabolica propaganda e censure storiografiche. Così, per più di mezzo secolo, nessuna istituzione, né i nostri libri scolastici, hanno potuto ricordare le migliaia di italiani barbaramente uccisi. Numeri che oscillano tra i 6.000 e gli 11.000, secondo lo storico Guido Rumici, autore di “Infoibati (1943-1945). I Nomi, I Luoghi, I Testimoni, I Documenti” (Mursia, 2002). Uomini e donne, di tutte le età, con il macabro contorno di atrocità che la furia dei carnefici comunisti ha riservato sui loro corpi prima di finire sepolti, in taluni casi da vivi, nelle fenditure rocciose che diverranno sinonimo di quell’orrore. «Sono i fatti», scrive ancora Rumici, «a testimoniare che vi fu un disegno politico nell’eliminazione delle persone».



Un vero e proprio tentativo di sterminio, subito da italiani per il solo fatto di essere nati italiani, di cui ancora oggi sopravvivono le cicatrici in migliaia di storie familiari, dove la memoria della persecuzione è stata coraggiosamente tramandata di generazione in generazione, fino all’istituzione della “Giornata del Ricordo” nel 2004, da quando si è finalmente legittimato e rafforzato un percorso di consapevolezza collettiva.

Purtroppo nessuna iniziativa può cancellare la sofferenza di un’intera comunità, sebbene un passaggio doveroso resti ancora da fare per rimuovere almeno la vergogna di anni e anni di rimozione e silenzi. Penso alla proposta di legge di cui sono primo firmatario affinché sia revocata l’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce conferita nel 1969 dal Presidente Saragat al Maresciallo Tito, responsabile politico di quei massacri.

Sarebbe un atto simbolico, certo, ma significativo.

Non dobbiamo archiviare quanto accaduto nella soffitta delle rimozioni nazionali, senza cogliere la straordinaria sfida che l’esempio di allora può suggerirci oggi, nella crisi della pandemia. Non credo che sia stato un puro caso che tra i grandi capitani d’industria della ricostruzione figurassero, in gran numero, gli esuli giuliani e dalmati, quelli che Indro Montanelli definiva «italiani due volte, una per nascita e una per scelta». Sono certo che la tragedia a cui erano sopravvissuti li abbia infiammati di quel coraggio e di quell’orgoglio che furono determinanti per il grande riscatto del nostro Paese. Paese che anche ora saprà rialzarsi, partendo dall’orgoglio di essere italiani capaci di farsi rispettare nel mondo, anche per difendere le nostre imprese, le nostre eccellenze e i nostri confini come torneremo a fare anche in collaborazione con la Slovenia. Sentiamo tutta la responsabilità dell’esempio degli esuli: l’Italia saprà riprendersi il posto che le spetta. —




 

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