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Lavoratori a rischio per gli imballaggi dei cibi congelati: più esposti al virus

Maurizio Paleologo

Maurizio Paleologo, esperto della sicurezza degli alimenti: «Su plastica e acciaio può resistere anche sei giorni»

TRIESTE È altamente improbabile che si possa contrarre il Covid-19 da alimenti o imballaggi di origine alimentare, ma come per tutti gli oggetti che manipoliamo un minimo rischio esiste. Le autorità cinesi, che nel 2020 hanno ispezionato milioni di alimenti della catena del freddo in ingresso nel loro paese, hanno bloccato in circa un centinaio di casi l’importazione di carne o pesce perché i test hanno rilevato la presenza di materiale genetico del SARS-CoV-2. Diversi studi hanno dimostrato che il virus può “sopravvivere” sugli imballaggi per giorni, a seconda del tipo di materiale (alcune ore sulla carta, fino a sei giorni su plastica e acciaio) e delle condizioni ambientali.

Sappiamo infatti che mentre freddo e umidità favoriscono la permanenza di particelle virali sulle superfici, il caldo secco ne aiuta la denaturazione in tempi rapidi. Perciò gli stabilimenti del settore della catena del freddo sono osservati speciali: come insegnano i molti casi di contagio da coronavirus in diversi macelli di tutto il mondo, l’umidità e il freddo delle celle frigorifere e le pesanti condizioni di lavoro rendono questi ambienti di lavoro a rischio. Cosa possono fare allora le industrie della carne e dei frutti di mare per proteggere i propri lavoratori e per impedire che i loro prodotti vengano rifiutati per la presenza di tracce virali sulle superfici degli imballaggi? Ne abbiamo parlato con Maurizio Paleologo, Ceo di Affidia, benefit company per la sicurezza alimentare attiva in Area Science Park, che la scorsa settimana ha proposto un webinar gratuito sul tema, con esperti internazionali.

Dottor Paleologo, come si spiega la presenza del virus su imballaggi di prodotti surgelati?

Se il virus si deposita su alimenti o oggetti, a temperatura ambiente sopravvive per brevissimo tempo. Se invece in una fabbrica di surgelati qualche particella virale proveniente dall’espirato di chi si occupa del confezionamento finisce su un pezzo di pesce o di carne che viene congelato pochi minuti dopo è possibile che una modesta carica virale permanga sulla superficie per lungo tempo.

Chi corre rischi in questo caso?

I potenziali problemi non sono per il consumatore, ma per i lavoratori che maneggiano i prodotti surgelati, che potrebbero rischiare il contagio tramite il contatto con le superfici.

Quanto seri sono questi rischi?

Siamo di fronte a un pericolo medio-alto, perché il virus può fare danni pesanti, ma a un rischio molto basso, perché l’agente pericoloso è raramente presente e in quantitativi molto modesti.

I consumatori possono stare tranquilli?

Il cibo non è veicolo di contagio, il problema è legato alla catena del freddo. In linea teorica ciò che si consuma crudo ed era congelato o si consuma freddo, come i gelati, potrebbe nascondere qualche rischio, ma va ricordato che questo agente patogeno soccombe nelle vie digestive.

Cosa si può fare per limitare al massimo il rischio per i lavoratori della catena del freddo?

Vanno sottoposti a frequenti controlli (test Pcr, detto “tampone”) e si deve cercare di far rispettare le regole di distanziamento e l’uso di mascherine e guanti. Anche le industrie per tutelarsi più che fare test a campione sui prodotti dovrebbero concentrarsi sulla salute degli operatori. —
 

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