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La protezione dopo l’infezione e dopo il vaccino

E' più protetto dal Covid chi già si è infettato o chi è stato vaccinato? Domanda ricorrente, ma di risposta non così semplice.

TRIESTE Ma è più protetto dal Covid chi già si è infettato o chi è stato vaccinato? Domanda ricorrente, ma di risposta non così semplice. Anche se l’intuito farebbe dire che l’infezione naturale è il migliore antidoto contro la re-infezione, dal momento che il sistema immunitario ha imparato a riconoscere e a reagire contro l’agente infettivo nella complessità delle sue azioni, la storia delle malattie infettive e delle vaccinazioni ci insegna che non necessariamente è così.



Esempi paradigmatici di come la vaccinazione possa essere superiore all’infezione naturale sono il virus della varicella e il papillomavirus. La varicella colpisce i bambini che poi guariscono. Ma l’immunità naturale non riesce a eliminare del tutto il virus, che persiste tutta la vita e può riattivarsi, causando l’herpes zoster (il fuoco di Sant’Antonio), una malattia che si manifesta con un’eruzione cutanea con vescicole in specifici distretti del corpo, molto dolorosa. Se l’immunità contro la varicella non riesce a eliminare il virus, ce la fa invece Shingrix, un vaccino approvato nel 2017. Shingrix ha un’efficacia di oltre il 90% nel proteggere contro l’herpes zoster anche chi ha già avuto la varicella. Simile è anche la situazione per il papillomavirus, un virus che causa diversi tipi di tumore, in particolare quello al collo dell’utero nelle donne.

L’immunità contro l’infezione naturale si sviluppa molto lentamente, consentendo al virus di diffondersi per diversi mesi, senza che poi questo venga mai eliminato; persistendo, causa i tumori. Al contrario, due o tre somministrazioni consecutive del vaccino nel muscolo causano una risposta immunitaria completa e rapida che impedisce radicalmente al virus di penetrare dentro le cellule. E’ un vaccino tanto potente che ora si pensa di usarlo in modalità terapeutica anche nelle donne già infettate.

Come spiegarsi che l’efficacia dei vaccini contro herpes zoster e papillomavirus sia superiore a quella dell’immunità naturale? In entrambi i casi, il vaccino non è costituito dall’intero virus, ma soltanto da una delle proteine presenti sulla sua superficie. Esattamente come succede ora per Sars-Cov-2. La differenza sostanziale tra l’infezione naturale e la vaccinazione con ogni probabilità sta nel fatto che, nel corso della prima, il sistema immunitario è impegnato a rispondere a centinaia di stimoli diversi innescati dal virus, ed è quindi in qualche modo distratto dal capire quali siano i bersagli più importanti per prevenire una successiva infezione. Nel caso della vaccinazione, invece, siamo noi a scegliere il bersaglio: se questo è quello giusto, ecco che il risultato può essere molto più efficace. C’è un altro esempio dal mondo delle vaccinazioni che suffraga questa possibilità. L’infezione naturale con il batterio del tetano stimola una reazione molto debole contro la tossina che causa la malattia. La vaccinazione, invece, usando una variante inattivata di questa proteina (il tossoide tetanico), attiva una risposta forte e selettiva, per cui gli anticorpi prodotti riescono a prevenire in maniera completa la malattia. La risposta è così potente che il vaccino viene anche utilizzato nelle persone che si sono già infettate con il batterio del tetano e hanno cominciato a mostrare i primi sintomi.

A proposito del vaccino di Spike, due altre considerazioni risultano importanti per spiegare la sua efficacia. La prima è che tutti i vaccini più avanzati (quelli basati su mRNA di Moderna e Pfizer e quelli basati su adenovirus di AstraZeneca, Johnson & Johnson e il russo Sputnik) si basano sull’espressione della proteina Spike all’interno delle cellule. Questo è un tipo di immunizzazione che stimola preferibilmente la produzione, da parte del sistema immunitario, di linfociti in grado di riconoscere e distruggere le cellule infettate. Di nuovo, questo ha il vantaggio di generare una risposta che protegge contro la malattia: il virus potrebbe ancora entrare nelle cellule, ma queste sarebbero rapidamente riconosciute e eliminate. Se il rovescio della medaglia di questo approccio è che l’infezione potrebbe comunque avvenire (il che può creare un problema a livello di diffusione del virus), la persona immunizzata comunque non sviluppa Covid-19. Questo potrebbe spiegare la maggiore efficacia di queste vaccinazioni rispetto all’utilizzo del virus intero inattivato somministrato dall’esterno delle cellule, come invece fanno i vaccini cinesi Sinopharm e Sinovac (il primo ora utilizzato largamente in Serbia). La seconda considerazione è ancora relativa al possibile vantaggio, rispetto all’infezione naturale, di usare una singola proteina (Spike) per la vaccinazione. Mentre l’immunità contro il virus naturale tende a calare dopo qualche mese dopo l’infezione, non è detto che questo accada anche per l’immunità contro Spike attivata dal vaccino. Ad esempio, l’immunità contro il tetano, l’epatite B o il papillomavirus dura per decine di anni. Per capire cosa accadrà davvero della risposta contro Spike stimolata dagli attuali vaccini dobbiamo ovviamente aspettare. Nel frattempo, un augurio di buona e serena vaccinazione a tutti, sperando davvero che a tutti il vaccino arrivi presto. —

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