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Crisi di governo, il popolo sovrano invoca l’odiata élite per vincere il “baco” dell’incompetenza

Nudi alla meta, dopo aver mandato in parlamento i più scadenti dal dopoguerra, arriviamo a una soluzione in qualche modo extrapolitica proprio quando la crisi richiederebbe la Politica

3 minuti di lettura
Il premier incaricato Mario Dragh dopo le consultazioni (ansa)

Tutti siamo titolari del diritto di voto, fatta eccezione per i minorenni e per alcuni specifici casi di interdizione regolati dalla legge. Ed è cosa buona e giusta. È la democrazia. O meglio: è il suffragio universale, che nella storia della democrazia rappresenta solo l’ultimo, breve, tratto di strada.

Nessuno (o quasi... in tempi di “suprematismi” tutto è possibile) metterebbe in discussione il suffragio universale.

Eppure la democrazia rappresentativa è in crisi. La «peggior forma di governo possibile, fatta eccezione per tutte le altre» - secondo la celebre definizione di Churchill - appare svuotata, inadatta ad affrontare le complessità e la dimensione dei problemi posti dalla tarda-modernità: crisi ecologico-climatica, tecnologie potenzialmente fuori controllo, disuguaglianze estreme e ormai quasi endemiche e, oggi, la pandemia.

La democrazia si perpetua come uno stanco rito, la cui forza residua risiede nel presentarsi ancora come l’unico argine a «tutte le altre» forme di governo. Qual è il baco che la corrode? L’incompetenza. Degli eletti? Sì, ma anche e soprattutto degli elettori, secondo una scuola di pensiero. Qualche anno fa hanno fatto molto discutere le tesi del filosofo politico americano Jason Brennan, contenute in un libro dal titolo molto esplicito e provocatorio: “Contro la democrazia”. La soluzione indicata da Brennan è l’«epistocrazia», potere ai competenti.

Ma chi glielo conferisce se nella maggior parte delle democrazie occidentali una parte consistente del corpo elettorale si astiene, un’altra è formata da “hooligans” e solo quella residua da cittadini consapevoli e realmente informati? Ecco il problema, segnalava Brennan: teoria e prassi democratiche presumono che i cittadini si comportino come l’ultima parte, quella minoritaria. Ed ecco il cortocircuito tra il suffragio universale incondizionato e una democrazia all’altezza delle sfide epocali.

L’attualità politica italiana ci mostra almeno un volto di questa crisi, di questo implodere della “rappresentatività” della democrazia.

Noi, popolo sovrano, noi che abbiamo mandato in parlamento la più scadente classe politica del dopoguerra, nudi alla meta invochiamo in maggioranza il timoniere che “sa”, che ci liberi dai “nostri” incapaci per farci attraversare questo difficile guado.

Mario Draghi è uno che “sa”, non vi sono dubbi. E la sua figura può apparire tanto più necessaria mentre navighiamo a vista dentro una crisi epocale che porta il nome di un virus. Tuttavia, anche senza voler evocare la parabola di Mario Monti e del suo governo di esperti, si dovrebbero ricordare gli inconvenienti di una politica ridotta a “governance”.

Ma non è l’evoluzione della crisi di governo, l’attualità politica stretta, che qui ci interessa. Piuttosto la “necessità” di una soluzione in qualche misura extrapolitica proprio quando la gravità del momento richiederebbe la Politica.

Ed è qui che tornano in campo le tesi provocatorie di Brennan: la democrazia rappresentativa a suffragio universale “non funziona”, è costitutivamente inadatta a offrire soluzioni politiche. Che fare? Ristabilire il voto per censo o secondo qualche altro criterio discriminatorio alla radice? Naturalmente no. Creare piuttosto le condizioni per ridurre la quota di “hooligans”, anche attraverso una selezione per l’accesso all’elettorato attivo (gli esami richiesti agli immigrati negli Usa per esercitare il diritto di voto – osserva per inciso Brennan – non sarebbero superati dalla maggioranza dei cittadini americani)?

Se queste tesi “controdemocratiche” appaiono estremiste e fuori dal tempo, sarà il caso di ricordare – come fa il costituzionalista Sabino Cassese nella prefazione all’edizione italiana del libro di Brennan – che «l’idea che l’eguaglianza formale e l’eguaglianza sostanziale, in materia politica, andassero di pari passo è molto singolare e perfino smentita dalle norme». La parificazione di eguaglianza formale e di eguaglianza sostanziale in materia politica è smentita dalla Costituzione, che riconosce la prima, ma prevede che la Repubblica abbia il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono l’«effettiva partecipazione all’organizzazione politica, economica e sociale del paese».

Se non la Repubblica, ci pensavano (o ci provavano) i partiti, le organizzazioni sindacali e di categoria... insomma i cosiddetti “corpi intermedi”, a rimuovere almeno una parte di quegli ostacoli, attraverso sistemi di formazione e selezione.

Dopo la liquefazione dei corpi intermedi si è parlato di disintermediazione. Il mezzo: la Rete. Il fine: «uno vale uno». Una piccola catastrofe psicopolitica, viste le promesse mancate del mezzo (se non il loro rovesciamento) e la vacuità retorica del fine. Con il corollario del cortocircuito tra l’insofferenza (per) e la necessità (di) una classe dirigente all’altezza. Vale a dire delle odiate “élites” (che, per inciso, non appartengono in toto al fantomatico clan dei poteri forti intriso di ideologia neoliberista).

Che fare? L’unica strada, forse, è ripartire dalla formazione. E dall’autoformazione. Perché “loro” siamo noi. Perché “l’élite” prima o poi ritorna. Ed è meglio sceglierla che subirla. —




 

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