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Il Conte ter è naufragato, Mattarella chiama Draghi «Tutti lo sostengano»

Veti incrociati tra Pd, 5S e Italia Viva: fallisce il mandato esplorativo di Fico Mattarella fa appello ai partiti: «Adesso serve un governo di alto profilo»

3 minuti di lettura

ROMA Alla fine tocca a Mario Draghi. Lui, a palazzo Chigi, al posto di Giuseppe Conte. Lui, la prima riserva della Repubblica, alla guida di un governo del Presidente, per tirarci fuori dalle sabbie mobili. Poco dopo le 21 di ieri sera, Sergio Mattarella ha dovuto prendere atto che per uscire dalla crisi non poteva contare sui partiti, ma doveva rimboccarsi le maniche.

Ha prospettato due strade, facendo subito capire che una, quella delle elezioni anticipate, a suo avviso non è praticabile. E, quindi, non resta che «dare immediatamente vita a un nuovo governo, adeguato a fronteggiare le emergenze sanitaria, sociale, economica e finanziaria». Un governo «di alto profilo, che non deve identificarsi in alcuna formula politica». Questa mattina a mezzogiorno affiderà l’incarico di formare il nuovo esecutivo all’ex presidente della Banca centrale europea. E ha chiesto ai partiti di sostenerlo, ha rivolto un appello «a tutte le forze che sono in Parlamento per la fiducia al nuovo esecutivo». È l’epilogo a cui puntava Matteo Renzi, che pure ufficialmente ha portato avanti le trattative per ricostituire la vecchia maggioranza intorno a un terzo governo Conte. Ma in realtà «voleva far saltare tutto, aveva un altro disegno politico», ha detto il vicesegretario Pd, Andrea Orlando. Un disegno molto simile a quello che sta prendendo forma. Del resto, con il passare delle ore è stato chiaro che non ci fossero i presupposti per ricostituire la vecchia maggioranza intorno a un terzo governo Conte.

[[(gele.Finegil.StandardArticle2014v1) Lo stop al Conte ter mette in stand-by i candidati triestini nel nuovo esecutivo]]

La resa di Fico

Il fallimento dell’“esplorazione” di Roberto Fico si è materializzato ieri pomeriggio a Montecitorio: la seconda riunione sui punti del programma è stata allungata prima fino alle 15, poi fino alle 18, salvo finire in anticipo, intorno alle 16.30. Non avevano più niente da dirsi. Per i renziani la colpa di M5S e Pd è di essersi “arroccati” e di non aver concesso «nessun elemento di discontinuità, per mantenere tutto uguale, come se nulla fosse accaduto». Per i 5S, è stata Italia Viva a insistere di proposito sui temi divisivi, «che sono meno di quelli convergenti», ha sottolineato il capogruppo alla Camera, Davide Crippa. Che ieri, tra l’altro, ha perso un deputato di peso come Emilio Carelli, passato al gruppo Misto, sponda centrodestra, per fondare la componente “Popolari italiani”: «Il Movimento ha perso la sua anima», ha sentenziato. In quell’anima c’è senza dubbio la battaglia sulla giustizia, ancora una volta il nervo scoperto al tavolo della trattativa, con la mediazione tentata dal Pd per mettere d’accordo Italia Viva e 5 Stelle. Il vicesegretario Orlando aveva proposto un suo “lodo” sulla contestata riforma della prescrizione: accettato dai 5 stelle, respinto da Italia viva. Non è stato l’unico caso. Due giorni di confronto serrato non hanno portato a un risultato tangibile, nemmeno a uno straccio di verbale, un documento conclusivo, un foglio di appunti.

Le distanze "incolmabili"

Nulla da poter sottoscrivere insieme, nulla da consegnare a Roberto Fico, che alle sette di ieri sera, ascoltando per l’ultima volta le posizioni dei vari partiti, ha capito di aver esaurito il suo mandato.

Erano rimaste più o meno le stesse impuntature di 36 ore prima, praticamente nessuno dei nodi era stato sciolto. Mezz’ora dopo Matteo Renzi ha decretato lo stop con un tweet: «Bonafede, Mes, scuola, Arcuri, alta velocità, Anpal, reddito di cittadinanza. Su questo abbiamo registrato la rottura», ha scritto. I famosi temi divisivi che si dovevano tenere da parte. Mentre dal Nazareno lo accusavano di aver tirato troppo: «Non ha rotto solo con Conte, ma con gli alleati: vuole scegliere anche i ministri degli altri».

Tra i Dem più affezionati a Renzi, però, Graziano Delrio spargeva ancora ottimismo: «Le distanze sono colmabili». Ma il lancio di agenzia successivo riportava le parole di Loredana De Petris, Leu: «Le distanze ormai sono incolmabili». Del resto era stata sempre lei, a metà mattina, in una pausa del lungo confronto sui temi, ad ammettere: «Non è qui che si scrive il programma del governo. Questo lo si fa assieme al presidente del Consiglio incaricato. Finché non si scioglie questo nodo, qualsiasi lavoro è utile ma non decisivo».

Così è stato. Il presidente della Camera ha ritardato fino all’ultimo la salita al Quirinale, si è attaccato al telefono per risentire tutti i leader dei partiti, a cominciare proprio da Renzi. Inutile, i giochi erano fatti. Alle 20.30 non poteva più aspettare, si è presentato nello studio del capo dello Stato senza una soluzione in mano. Gli è bastato un quarto d’ora per riconsegnare la palla a Mattarella: «Permangono le distanze, non ho registrato unanime disponibilità delle forze politiche a dare vita a una maggioranza», ha detto Fico davanti ai giornalisti nel salone delle feste del Quirinale. Due minuti e via, sollevato all’idea di non avere più l’incombenza di risolvere il rebus.

Poi è arrivato Sergio Mattarella, con l’aria di chi pensa «mi avete fatto solo perdere tempo, ora basta», un’espressione grave impressa sul volto e la sensazione di avere un intero Paese sulle spalle. Ha messo in fila i fatti: la lotta contro il virus, la campagna di vaccinazione, il Recovery Plan, la crisi economica e sociale. Non possiamo permetterci di andare a votare, è stato il senso del suo discorso, «si tratterebbe di tenere troppo a lungo il Paese senza un governo in pienezza di funzioni».

Oggi capiremo meglio chi seguirà il ragionamento del capo dello Stato. Giorgia Meloni ha già detto «no a un governo nato nei laboratori di palazzo»: Fratelli d’Italia sarà ancora all’opposizione. Forza Italia, invece, è pronta. Salvini ci pensa, la Lega è divisa. Come pure, e anche di più, il Movimento 5 Stelle. La nascita del governo Draghi rischia di terremotare i partiti e i rapporti di forza in Parlamento. —


 

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