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Locali chiusi, sale la protesta dalla Croazia alla Romania

A Budapest manifestazione dispersa dagli agenti, in Polonia su le serrande malgrado i divieti A Zagabria annunciata per oggi una protesta dopo un primo dietrofront per il timore di sanzioni

Stefano Giantin
2 minuti di lettura

ZAGABRIA Il virus non arretra, le autorità sono costrette a introdurre o a mantenere le misure restrittive. Ma una parte consistente del mondo imprenditoriale non ci sta più, dopo un anno di chiusure seguite da un corollario di sofferenze. E promette battaglia. È lo scenario che si sta dispiegando nell’Europa centro-orientale e nei Balcani, regione dove gestori di bar, ristoranti e locali pubblici stanno affilando le spade per quella che rischia di trasformarsi in una vera e propria ribellione. Ribellione contro serrande abbassate e limitazioni decise dai governi per contenere l’epidemia che cova sotto le ceneri, anche in Croazia. La miccia è stata la decisione del governo di allentare le misure adottate a favore di scuole e attività sportive, ma al contempo di estendere la chiusura di bar e ristoranti e palestre fino al 15 febbraio. Malgrado il significativo calo della curva dei contagi a Zagabria, serve infatti ancora cautela e «nella Ue quelle strutture sono chiuse da ottobre», ha specificato il ministro croato degli Interni, Davor Bozinović. In più, «dobbiamo vedere cosa succederà con le nuove varianti», ha aggiunto.

L’intransigenza delle autorità non è piaciuta a moltissimi ristoratori e gestori di locali, sul piede di guerra anche per presunti ritardi nei ristori. Si tratta di una «decisione deludente, anzi, catastrofica», si dice no persino «al caffè per asporto» e si mantengono serrate anche le porte delle «palestre, mossa discriminatoria», ha twittato Hrvoje Bujas, anima dell’associazione Voce degli imprenditori (Ugp). Da qui l’idea di mobilitare nella capitale, oggi, «oltre 15.500» membri dell’Ugp, «affinché si senta la vostra voce, quella della ragione, la voce del popolo», l’appello di Bujas. La rivolta sarebbe potuta scattare già ieri, dato che «girava voce che più di cento locali» a Zagabria e in altre città «avrebbero riaperto il primo febbraio, almeno per servire bevande e caffè». Ma molti hanno fatto retromarcia «per timore delle possibili conseguenze», fra multe draconiane e carcere, ha spiegato il presidente dell’associazione dei bar e ristoranti della capitale, Franz Letica. Ieri, infatti, solo un gestore di una palestra ha deciso di andare al muro contro muro. Ed è finito fermato dalla polizia, mentre centinaia di caffè d’asporto sono stati regalati da una barista di Cakovec, in segno di solidarietà con il comparto.

Centinaia di ristoratori, gestori di locali notturni, cuochi e camerieri sono invece scesi in piazza in Bulgaria, nella ”Marcia per la libertà” organizzata dalle associazioni di categoria. Obiettivo, protestare contro le misure restrittive prolungate dal governo. In Ungheria molti hotel e ristoranti sono sul piede di guerra dopo che le associazioni di categoria, smentite seccamente dalle autorità, hanno sostenuto che si potrà riaprire a pieno regime solo a fine marzo. Maretta che potrebbe trasformarsi in terremoto politico, dopo che Mi Hazank (La nostra patria) movimento di ultradestra e anti-vax, ha promesso di dar man forte ai gestori di bar e ristoranti. Domenica a Budapest in centinaia sono scesi in piazza, con gli agenti che hanno disperso con le maniere forti i dimostranti. Proteste e riaperture sfidando i divieti delle autorità si sono materializzati anche in Cechia, dove pure starebbe nascendo un movimento politico anti-lockdown. E soprattutto in Polonia, dove già da giorni centinaia di ristoranti, bar e hotel, ma anche pub e discoteche hanno riaperto i battenti provocando tensioni con la polizia e arresti. A guidarli, l’iniziativa “OtwieraMY”, in prima linea «contro una crisi causata dai politici, un virus», quello delle chiusure, a lor dire «più pernicioso e mortale del Covid». Contro cui lanciare, così l’hanno battezzata i media locali, una vera e propria «gastro-rivolta». —


 

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