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Il gap tutto italiano su vaccini e ricerca

Il fatto di dipendere da case farmaceutiche senza legami con l’Italia dovrebbe farci riflettere piuttosto che arrabbiare. Il nostro paese, di fatto, paga la disattenzione alla ricerca che ha contraddistinto gli investimenti dei governi negli ultimi 50 anni, fino a rendere il paese non competitivo.

Mauro Giacca
2 minuti di lettura
(lapresse)

TRIESTE È stata una settimana densa di novità quella scorsa sul fronte dei vaccini, alcune buone, alcune cattive e alcune amare. Le buone nuove sono che abbiamo altri due vaccini efficaci. Il primo è stato sviluppato dalla Johnson & Johnson (J&J) e usa un adenovirus come vettore (come AstraZeneca). L’altra settimana, J&J ha rivelato i risultati di una sperimentazione su oltre 44mila partecipanti negli Stati Uniti, America Latina e Sudafrica. Il vaccino ha avuto un’efficacia del 66% nel prevenire forme moderate o severe di Covid-19. Più bassa è risultata la protezione in Sudafrica (57%), forse a causa della variante del virus prevalente in quel paese, che viene ancora neutralizzata, ma con meno efficacia. Il secondo vaccino che ha avuto successo è della Novavax, che in una sperimentazione su 15 mila persone in Gran Bretagna ha riportato un’efficacia di circa il 90%. Il vaccino qui è costituito dalla proteina Spike ottenuta in laboratorio (come per i vaccini per il papillomavirus e l’epatite B). Anche questo vaccino, che funziona all’85% contro la variante inglese, è un po’ meno efficace contro quella sudafricana (60%).

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Tra le cattive notizie, invece, quella che altri due vaccini non funzionano e il loro sviluppo è stato terminato. Sono entrambi della Merck, uno basato sul virus del morbillo e l’altro sul virus della stomatite vescicolare per esprimere Spike. Entrambi sono risultati ben tollerati, ma la risposta immunitaria è stata deludente.

Le notizie amare vengono invece dal nostro paese, alle prese con la riduzione delle dosi promesse sia da AstraZeneca che da Moderna. Gli accordi stipulati vanno rispettati, non c’è dubbio, ma lo sconcerto è che si pensi di risolvere la situazione a furia di carte bollate nei tribunali. Il fatto di dipendere da case farmaceutiche senza legami con l’Italia dovrebbe farci riflettere piuttosto che arrabbiare.

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Il nostro paese, di fatto, paga la disattenzione alla ricerca che ha contraddistinto gli investimenti dei governi negli ultimi 50 anni, fino a rendere il paese non competitivo. Nel caso di Covid-19, le agenzie federali degli Stati Uniti hanno investito già da marzo 2020 oltre 1.5 miliardi di dollari nello sviluppo in patria del vaccino della J&J. Il vaccino di AstraZeneca è una collaborazione con l’Università di Oxford, che ha goduto di circa 95 milioni di Euro del governo inglese a partire da maggio scorso. Sempre a maggio, la Merck ha ricevuto 38 milioni di dollari per i suoi due vaccini (che ora sappiamo che non funzionano) nel contesto dell’Operazione Warp Speed per combattere l’epidemia.

Possibile che siamo tanto sorpresi che poi le aziende privilegino altri Paesi nel distribuire i vaccini che sviluppano? —

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