Quei ragazzini afgani in viaggio da otto mesi lungo la rotta balcanica

I migranti salvati dai carabinieri

Quattro minori e due ventenni scoperti in Lombardia dentro un Tir stipato di pneumatici: solo l’ultimo di una lunga serie di episodi 

BELGRADO Gli ultimi sono stati scoperti rannicchiati tra pile di pneumatici, stipati in un autoarticolato partito dalla Serbia e fermato giovedì sera alle porte di Monza. Erano sei, tutti afghani, quattro di loro tra i 13 e i 16 anni, provati dal lungo viaggio ma salvi, sorpresi di ritrovarsi in Italia dopo quattro giorni trascorsi sotto un telone, dopo otto mesi di peripezie dall’Afghanistan all’Europa. A fine dicembre era stata la volta di altri cinque afgani, tre dei quali sotto i 18 anni, scoperti nei pressi di Perugia nel rimorchio di un autocarro in arrivo dalla Romania. A novembre, quattro migranti individuati a Cremona, in arrivo dalla Slovenia. A maggio, l’ennesimo episodio con minorenni afghani, giunti dalla Grecia via Balcani, fino a Piacenza. E in passato casi simili vicino a Torino, con altri profughi nascosti a bordo di un camion.

Il camion su cui viaggiavano i migranti, salvati dai carabinieri di Monza


Sono alcune tessere di un puzzle che descrive solo la punta di un possibile iceberg. È quello di giovani – spesso poco più che bambini – che dai Balcani, collo di bottiglia delle migrazioni verso l’Europa più ricca, cercano in ogni modo di arrivare nel cuore della Ue, anche a rischio della vita. Sono migranti e profughi ragazzini, in fuga da guerre e privazioni, in cerca di salvezza o semplicemente di un futuro, nell’odissea che dai Paesi d’origine li conduce in Turchia, Grecia e poi nei Balcani, dove tantissimi rimangono bloccati in condizioni terribili, in campi inadatti all’accoglienza, o all’addiaccio. Molti riescono però a farcela, a eludere i controlli e arrivare a destinazione, Italia inclusa, usando proprio i camion.

«Non è una novità, il fenomeno è presente da quando la Rotta balcanica è sigillata» da controlli più stringenti, spiega Gordan Paunovic, dell’organizzazione Info Park, da anni in prima linea in Serbia nell’assistenza ai profughi in transito e attento osservatore del tema migranti. I camionisti sono solo strumenti, nella stragrande maggioranza dei casi inconsapevoli, consci che rischiano «multe draconiane o persino il carcere per il trasporto di irregolari». Migranti che però riescono a fare da soli. Accade che «alle stazioni di servizio», ad esempio, «taglino il telone e si infilino nei rimorchi» e lo stesso succede sui vagoni merci, in stazioni ferroviarie poco controllate, racconta l’attivista.

Fra di loro sicuramente anche ragazzini. Molti sono stati scoperti in Romania a fine 2020, mentre tentavano di entrare in Ungheria, su minibus e Tir. Ma si può parlare di stillicidio di casi simili, per tutto il 2020, in Macedonia del Nord, Slovenia, Croazia. E in Serbia, dove solo fino all’agosto scorso sono stati 650 i profughi di ogni età scoperti in Tir durante controlli di frontiera. I migranti più giovani, in particolare i minori «non seguono necessariamente le rotte tradizionali prese dai più anziani, cercando di varcare la recinzione con l’Ungheria dalla Serbia» tramite tunnel scavati nel terreno, escamotage «troppo costoso per loro». I più giovani essendo «di corporatura più minuta, riescono a infilarsi nei camion dove c’è spazio esiguo e persino nelle cisterne», scelta ancor più azzardata, spiega Paunovic. «Da anni i camion sono il mezzo di trasporto privilegiato per i migranti, inclusi i minori», conferma una fonte autorevole del terzo settore operativa in Bosnia.

«Abbiamo avuto informazioni di diversi casi di minorenni, nell’area di Tuzla, che hanno detto di voler provare a salire sui Tir parcheggiati» in città, per passare poi la frontiera con la Croazia», continua la fonte. Ed è proprio in Bosnia uno dei potenziali “bacini” di partenza dei minorenni verso l’Europa. Secondo stime di Save the Children, rese note questa settimana, sono oggi «più di 500 i minori non accompagnati» ospitati in campi di fortuna nel Paese balcanico, 50 «quelli che dormono all’aperto, senza assistenza», assieme ad altri 2.500 adulti, in condizioni terribili. «Dormo in edifici fatiscenti, fa freddo, accendiamo fuochi per riscaldarci ma non possiamo respirare a causa del fumo», ha raccontato a Save The Children un migrante di 17 anni, bloccato a Bihac. Se il quadro è questo, allora ogni mezzo è buono per lasciarsi alle spalle l’inferno della Bosnia o i campi affollati della Serbia e tentare la sorte, anche a bordo di un camion. Lo sanno gli ”smuggler”, sempre attivissimi nei Balcani. «Ci sono anche altre storie, corre voce che ci siano autotrasportatori in affari coi trafficanti, che ricevono forti somme di denaro per trasportare i migranti», svela Paunovic. Scenario, quest’ultimo, tutt’altro che campato in aria. Era stato confermato due anni fa da Europol, Frontex ed Easo, che segnalavano in uno studio sulle rotte migratorie irregolari nei Balcani che nella regione il «modus operandi più comune» di trafficanti e migranti irregolari è servirsi di «differenti veicoli per il trasporto» dei profughi, camion in testa. Metodo che «è un rischio altissimo per la vita» dei trasportati, in spazi ridottissimi, spesso senza acqua e cibo, al freddo per giorni.

Un «business mortale», diceva il rapporto congiunto. Avevano ragione. A settembre, ad esempio, 38 migranti - tra cui alcuni minori – erano quasi morti asfissiati dopo esser stati trasportati in furgone dalla Romania in direzione Austria. In condizioni del tutto simili a quelle dei 71 migranti morti in Ungheria nell’agosto 2015 soffocati in un camion. —


 

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