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Un italiano a Belgrado: «Così ho ricevuto la mia prima dose di vaccino cinese»

Stefano Giantin

BELGRADO Dopo mesi di paure, isolamento, coprifuoco più o meno lunghi e severi, dopo i timori per amici ammalati, per la mia famiglia e per me stesso, il messaggio tanto atteso arriva sul cellulare all’improvviso. E insperato, come un regalo. «La vaccinazione contro il Covid-19 per lo Jmbg 2408977...», il mio numero identificativo in Serbia, sarà effettuata «il 30 gennaio 2020, alle ore 9.25, alla Fiera di Belgrado, Hall 3». Firmato E-uprava, il braccio elettronico dell’amministrazione pubblica di Belgrado.

Inizia così il viaggio in una vera e propria “macchina da guerra”, efficace e sempre meglio oliata, che potrebbe fare invidia a tanti Paesi più ricchi. Il viaggio è il mio, quello di uno straniero, giornalista italiano residente in Serbia, 43 anni di età, nessun grave problemi di salute pregresso e dunque teoricamente non a rischio in caso di contagio. In Italia potrei forse sperare in una fiala entro l’estate, se i programmi verranno rispettati. Ma in Serbia – Paese letteralmente inondato di vaccini russi e soprattutto cinesi – il siero che può salvare la vita, restituirla a qualcosa di simile alla normalità, è già una realtà a portata di mano. Una realtà che parla soprattutto cinese: Belgrado ha ricevuto un milione di dosi dalla Cina e altre sono in arrivo.


Per averne una è bastato compilare un modulo online: passaggio aperto a tutti, cittadini serbi, ma anche stranieri, sia quelli con un permesso di soggiorno regolare, come me, sia turisti e visitatori di passaggio. È uno scenario inimmaginabile in Italia così come in tanti altri Paesi europei. In Serbia invece, Paese extra-Ue, sette milioni di abitanti e un Pil circa quaranta volte inferiore a quello italiano, si può fare.

A dare una mano a Belgrado sono stati gli amici e alleati, Mosca e soprattutto Pechino, che non si sono tirati indietro inviando i loro veccini Sputnik V e Sinopharm. Èd è proprio il Sinopharm quello che mi attende alla Fiera, una enorme costruzione eretta ai tempi di Tito, trasformata in lazzaretto con centinaia di letti disposti in ordinate file durante il picco della pandemia, ora oasi di speranza. «Mi faccia vedere il messaggio di prenotazione del vaccino sul telefonino. È è questo il primo passo all’ingresso della Fiera con le parole pronunciate da parte della security: una procedura introdotta dopo che moltissimi, nelle settimane passate, si erano infilati nella coda senza essere stati convocati. «Disinfetti le mani, si avvicini che le misuro la temperatura», il secondo passo, protagonista una giovane infermiera.

Di qui in avanti la catena di montaggio della vaccinazione di massa procede rapida. Prima la compilazione del modulo con i dati personali e il consenso scritto al siero “Sars-Cov2 (Vero Cell)”, quello di Pechino, non ancora approvato a livello internazionale, ma in uso anche in Argentina, Paesi arabi e presto in Ungheria. Poi un medico chiede se «ha avuto in passato reazioni allergiche, febbre, Covid». Risposta negativa. E arriva un’altra luce verde. Penultima tappa, la registrazione finale. «Italiano? Buongiorno», esordisce con cordialità mista a sorpresa una delle decine di reclutati per inserire i dati dei vaccinati. Anche qui, si procede con celerità.

Arriva infine il momento dell’iniezione. «Si sieda, si rimbocchi la manica sinistra», ordina la dottoressa, bardata con la tuta protettiva. L’ago viene infilato nel braccio. Nessun dolore, e anzi un senso di liberazione. «Aspetti dieci minuti nella sala d’attesa e poi può andare», spiega il medico. Tempo richiesto per ricevere la prima dose? Una decina di giorni tra la domanda e l’sms di conferma. E una ventina di minuti alla Fiera.

Lo stesso percorso lo hanno fatto quasi mezzo milione di serbi, centomila solo a Belgrado. Sono quelli che hanno ricevuto già la prima dose, nel giro di un mese, e così il Paese balcanico è ormai secondo in Europa, dietro solo alla Gran Bretagna (12,3 per cento) per dosi inoculate in rapporto alla popolazione. La Serbia è a 6,33 per cento. L’Italia? Doppiata, ferma a 2,97. E la corsa verso la vetta da parte di Belgrado è destinata a continuare. Dopo l’arrivo di altre 40mila dosi di Sputnik V russo l’altro ieri, un milione in più di fiale giungerà in Serbia entro fine febbraio, probabilmente ancora una volta dalla Cina., è stato annunciato.

Fuori dalla grande “Hala 3”, Milos, manager in una grande impresa belgradese, 45 anni, attende intanto il suo turno. «Preferirei il russo», lo Sputnik V, «ma visto come stanno andando le cose va bene anche quello cinese». Gojko, di gran lunga over-80, ha ricevuto già il vaccino cinese. «Non ero sicuro, ma mia figlia è medico, mi ha convinto e mi ha accompagnato qui», racconta.

Ma c’è l’altra faccia della medaglia; è quella rappresentata dai “no vax” che abbondano, anche qui in Serbia. «Il vaccino? Solo se costretto», chiude le porte Igor, un giovane che di mestiere fa il falegname, a passeggio poco lontano dalla Fiera, sul grande boulevard che riporta verso il centro di una capitale, Belgrado, dove il futuro “Covid-free” appare ora un po’ meno lontano. —

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