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Ronchi ha rinnovato il ricordo degli orrori con i suoi testimoni

In vita Olimpia Gellini, Mario Candotto e Rodolfo Franzi Vecchiet: «Quella barbarie non deve mai cadere nell’oblio»

RONCHI Una cerimonia breve ma non per questo meno significativa ha celebrato ieri a Ronchi dei Legionari la Giornata della Memoria, con la posa di una corona d’alloro al monumento che davanti al cimitero di via D’Annunzio ricorda le donne e gli uomini deportati nei campi di concentramento.

Sono tre coloro che, quella pagina di storia l’hanno vissuta e che ancora oggi possono testimoniarla: Olimpia Gellini, classe 1924, deportata ad Auschwitz, Mario Candotto, nato nel 1926, deportato a Dachau e che il prossimo primo febbraio sarà ospite del consiglio regionale, e Rodolfo Franzi, presente, assieme alla figlia Valentina, alla cerimonia di ieri. Franzi, a dicembre, ha compiuto 97 anni. Il 24 maggio 1944, a seguito della delazione di due persone, ci fu una retata che coinvolse il centro della cittadina, Vermegliano e il rione delle Casette. Furono arrestate 68 persone portate al Coroneo e poi a Dachau. Fra queste persone, lungo l’allora via Italo Balbo, oggi via Giacomo Matteotti, anche Rodolfo Franzi, che all’epoca aveva 20 anni e suo fratello, Antonio, 22 anni. Il 1° giugno 1944, dopo la detenzione al Coroneo, vennero caricati sui carri ferroviari e partirono per la Germania. Rodolfo riuscì a tornare a casa, Antonio non tornò più, ma prima di partire scrisse dei biglietti su fogli di carta e con una penna che usava nel suo lavoro nel cantiere navale. Alcuni li gettò dal treno quando il convoglio passò per Ronchi dei Legionari, altri li consegnò a delle persone perché li portassero a casa dalla madre e dalle sorelle. Dai biglietti, che la famiglia conserva con amore, traspare la sua voglia di rasserenare la famiglia.


Davanti al gonfalone decorato con medaglia d’argento al valor militare ed alla bandiera dell’Aned, che, assieme Comune e all’Anpi ha organizzato la cerimonia, il sindaco Livio Vecchiet ha voluto sottolineare la volontà «di non dimenticare, perché questa storia è anche la nostra storia e Ronchi dei Legionari ha pagato un tributo alto di deportati e vittime nei campi di concentramento. Anno dopo anno sono sempre di meno i testimoni di quel periodo, ma questo ci impone di continuare questo momento di ricordo, proprio perché quella barbarie non cada nell’oblio».

Libero Tardivo, figlio di Giacomo Tardivo, uno dei deportati, ha ricordato come alcuni giorni dopo la liberazione e l’apertura dei campi di concentramento, i deportati iniziarono a tornare a casa. La sua famiglia pagò un prezzo altissimo. Arcu Tardivo fu giustiziato alla Risiera di San Sabba, i fratelli Giacomo e Mario furono internati a Dachau, ma ebbero modo di tornare a casa. «Quei sopravvissuti – ha ricordato – erano decisi a fare in modo che l’orrore che avevano vissuto non fosse dimenticato e firmarono il giuramento di Mathausen, in cui sottoscrissero l’impegno di promuovere la fratellanza e il sostegno tra i popoli». Il saluto finale è stato affidato alla presidente dell’Aned, Ada Bait, che dopo aver rivolto un saluto e un pensiero al parroco don Renzo Boscarol, in ospedale per il Covid, ha ricordato che quest’anno la posa delle pietre d’inciampo è stata posticipata al 24 maggio, giornata in cui si ricordano i rastrellamenti avvenuti a Ronchi dei Legionari del maggio 1944. Per la stessa ragione non sarà possibile effettuare gli incontri con gli studenti. «Ma forniremo alle scuole delle chiavette Usb – ha ricordato sempre Ada Bait – in modo che i ragazzi possano ascoltare lo stesso gli interventi e le testimonianze di chi ha vissuto quelle orrende pagine della nostra storia».—

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