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Coronavirus, ecco perché l'Ue ha inserito la regione Fvg tra le quattro zone italiane a rischio “rosso scuro”

I presidenti delle regioni Veneto e Fvg, rispettivamente Luca Zaia (a sx) e Massimiliano Fedriga

Nel gruppo Veneto, Emilia Romagna e Provincia di Bolzano. Ipotizzato l’obbligo di test e quarantena per entrare in altri Paesi. I governatori: grave penalizzazione

TRIESTE I dati del monitoraggio settimanale aprono alla possibilità di un ritorno della regione in zona gialla, ma dall’Unione europea arriva la doccia gelata: il Friuli Venezia Giulia viene inserito fra i territori che rischiano di finire in zona “rosso scuro” assieme a Veneto, Emilia Romagna e Provincia autonoma di Bolzano.

Bruxelles propone l’ennesima sfumatura cromatica della pandemia: qualora fosse confermata, per i cittadini del Fvg significherebbe essere sottoposti a quarantena prima di poter entrare in un altro paese Ue. L’ipotesi manda su tutte le furie i presidenti delle Regioni interessate: Fedriga, Zaia e Bonaccini reagiscono all’unisono e accusano Bruxelles di penalizzare i territori che effettuano molti tamponi.



Al momento l’introduzione del rosso scuro è solo una possibilità, di cui la Commissione europea è ad ogni modo convinta, tanto più dopo la richiesta pervenuta la scorsa settimana dai capi di Stato e di governo. Il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) ritiene che la nuova sfumatura debba essere applicata a tutte le zone che, negli ultimi 14 giorni, registrino più di 500 casi ogni 100 mila abitanti. Secondo i dati dell’Ecdc, al 17 gennaio in Fvg i casi cumulativi delle ultime due settimane erano 768 ogni 100 mila residenti. Si tratta del dato più alto fra le regioni sotto osservazione, che vedono Bolzano a 696 casi, il Veneto a 656 e l’Emilia Romagna a 528. Nel monitoraggio di venerdì scorso dell’Istituto superiore di sanità, il Fvg è però sceso a 507 e i dati della Regione promettono un rientro al di sotto dell’asticella fissata dall’Ue.



La Commissione propone da tempo di scoraggiare i viaggi non essenziali: secondo questa logica, chi proviene da una zona rosso scuro dovrà eseguire un test almeno 72 ore prima della partenza ed essere messo obbligatoriamente in quarantena all’arrivo. I viaggi all’estero dalle aree rosso scuso diventeranno di fatto off limits. È la risposta Ue all’elevato numero dei contagi e all’emergere di nuove varianti del Covid. Le regole non si applicheranno ai transfrontalieri e ai lavoratori dei trasporti, ma la Commissione chiede ai paesi membri di aumentare i test pre partenza anche per chi proviene da zone con tassi di infezione minore e di effettuare il tampone a chiunque rientri dall’estero.

In una nota congiunta, i governatori Fedriga, Zaia e Bonaccini sottolineano che «imporre ai cittadini delle nostre regioni l’obbligo di test e quarantena significherebbe penalizzare le amministrazioni che effettuano il maggior numero di tamponi e non, come necessario, operare una valutazione su parametri epidemiologici oggettivi». Per i tre presidenti, «il dato dell’incidenza su 100 mila abitanti implica che la valutazione viene operata sul numero assoluto di positivi riscontrati: ne deriva il paradosso che, anziché incentivare le amministrazioni a potenziare i controlli sui cittadini, andrebbe a premiare quelle realtà che, per non rischiare di sforare i parametri, dovessero deliberatamente decidere di ridurre la somministrazione di tamponi».

Resta peraltro bizzarra la situazione che vede il Fvg vicino all’inserimento in zona rosso scuro per l’Ue e il non improbabile passaggio in zona gialla secondo le valutazioni nazionali. Il miglioramento dei dati settimanali, infatti, ha permesso venerdì scorso alla regione di essere inserita fra quelle cosiddette a rischio moderato e di poter sperare nel giallo da febbraio. Ma se l’indice Rt è calato a 0,88 e quindi sotto la soglia di guardia, resta tra le più alte in Italia l’incidenza dei contagi sul numero di abitanti (507 ogni 100 mila abitanti), così come il numero di decessi (13,8%) e il livello di occupazione dei posti letto nei reparti Covid (53%) e nelle terapie intensive (36%). —


 

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