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“Costruttori”: una parola che esige rispetto

Ciascuno dovrebbe chiedersi, se vuole usarla bene: «Io, cosa sto costruendo?». Ma la domanda non è così semplice, dovrebbe infatti interrogarci sul senso che diamo a questo costruire, se davvero corrisponde ai risultati che otteniamo, come può riguardare oltre ai singoli soggetti l’intera comunità in cui viviamo. Sarebbe la domanda “politica” per eccellenza. Forse è proprio questo il motivo per cui la evitiamo. —

TRIESTE Una parola sta circolando nel discorso politico: «costruttori». Non è l’unica che rimbalza di bocca in bocca in questi giorni alquanto frenetici, ma è quella che forse promette di più e perciò sembra esigere maggiore rispetto. È stata pronunciata con grande serietà dal Presidente della Repubblica nel tradizionale appello agli italiani di fine anno, e si tratta di una parola che invita di per sé a essere usata bene.

Purtroppo è stata infilata nella poco virtuosa bagarre linguistica che ha accompagnato la verifica dell’attuale governo. Perché la maggioranza potesse scavalcare l’ostacolo della cosiddetta fiducia, occorreva trovare voti che bilanciassero lo scarto provocato da Italia Viva. Da dove potevano arrivare? Da alcuni senatori chiamati «responsabili» e poi «volonterosi», per stornare l’attenzione da quei termini più gravi che indicano – per usare una metafora sportiva – i giocatori facilmente disposti a cambiare maglia.


Si è verificata anche la tentazione di chiamarli «costruttori», però subito trattenuta perché questa parola non sembra lasciarsi troppo ridurre o manipolare: pare poco adatta a un cattivo uso. Sulle altre l’ironia ha avuto buon gioco: i «responsabili», come sono stati da tempo appellati, danno l’impressione di essere tutto tranne che tali, anzi su di loro ha pesato in passato un sospetto di irresponsabilità. Nel caso specifico l’ironia è stata spinta fino a immaginare che Giuseppe Conte, per vizio professionale, inclini a credere che responsabile significhi colpevole. Quanto alla dizione «volonterosi», in ultimo introdotta, essa fa pensare alla buona volontà attribuita a quegli studenti un po’ asini che ce la mettono tutta ma non ce la fanno.

Una certa dose di ironia è sempre necessaria per evitare di prendere le cose e sé stessi troppo sul serio, ed è quindi opportuna anche ai fini del buon uso delle parole. Ma è questione di dosaggio: la parola «costruttori» va distanziata criticamente, non sembra però sopportare un’overdose ironica: possiamo osservare con un sorrisetto malefico – come ha fatto Sebastiano Messina su “Repubblica” – che il mattarelliano «costruttori» è l’altra faccia del renziano «rottamatori», tuttavia il gioco non vale la candela.

Costruire è una faccenda seria. La parola – se la usiamo bene, ma essa stessa non si lascia tanto maltrattare – ci porta immediatamente sul terreno di ciò che consideriamo il compito fondamentale di ciascuno di noi (dovunque ci collochiamo nella società), ma anche di ciò di cui di solito non vogliamo saperne preferendo girare gli occhi dall’altra parte.

Pars destruens e pars construens, diciamo a volte per parlar forbito, ma il guaio è che siamo innamorati del lato destruens e guardiamo con imbarazzo il lato construens. Distruggere ci viene facile: abbiamo a disposizione un intero armamentario di arte polemica, i media ci sguazzano dentro, ma non c’è neppure bisogno di riferirsi ai social o alla televisione perché il nostro Parlamento ci dà un esempio probante. La vis polemica è una forza che si esercita dovunque, dall’ambito famigliare ai livelli alti delle istituzioni di governo: ci fa sentire importanti o solo ci allieta l’esistenza.

Bisogna pure riconoscerlo: il piacere della critica distruttiva ha una sua rilevanza, d’altronde come cancellarlo? Ma sarebbe anche necessario avere chiarezza che la distruttività separata dalla costruttività si riduce a una pratica sado-masochistica, nel senso che, mentre cerca di corrodere il credito degli altri, di fatto corrode anche il credito in sé stessi, magari senza che ce ne accorgiamo, proprio quando ci illudiamo di elevarci un poco sopra la realtà che abbiamo intorno.

Insomma, se non mettiamo in campo la “costruzione”, la voglia di lamentarci distruttivamente diventa l’unica protagonista. Facciamo addirittura fatica a dare un riempimento di senso alla parola “costruttore”, specialmente quando essa ci riguarda da vicino e ci interpella in prima persona. Ciascuno dovrebbe chiedersi, se vuole usarla bene: «Io, cosa sto costruendo?». Ma la domanda non è così semplice, dovrebbe infatti interrogarci sul senso che diamo a questo costruire, se davvero corrisponde ai risultati che otteniamo, come può riguardare oltre ai singoli soggetti l’intera comunità in cui viviamo. Sarebbe la domanda “politica” per eccellenza. Forse è proprio questo il motivo per cui la evitiamo. —

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