Lezioni di storia in piazza per chiedere al più presto la riapertura delle scuole

Due studentesse in piazza Unità (Foto Silvano)

Nuova iniziativa dei manifestanti anti Dad a Trieste. Docenti del liceo Carducci e dell’Università hanno parlato di democrazia e fascismo davanti a genitori e figli stanchi di stare ore al pc

TRIESTE. Non più solo presìdi in piazza, ma vere e proprie lezioni di storia tenute all’aperto. Così ieri, sabato 23 gennaio, i manifestanti triestini anti Dad, adulti e ragazzi, hanno fatto sentire nuovamente la loro voce. L’hanno fatto dandosi ancora una volta appuntamento in piazza Unità per ribadire l’importanza della riapertura delle scuole superiori.

Al fianco di genitori e figli, ieri, si sono presentanti davanti al palazzo della Regione anche due insegnanti. Davide Zotti, professore al liceo Carducci Dante, ha tenuto una lezione sulla democrazia e Tullia Catalan, docente dell’Università di Trieste, sulla storia del fascismo. Ad ascoltarli c’erano anche Elisabetta e Anna, entrambe al primo anno di liceo al Galilei e all’Oberdan. «La cosa difficile - raccontano - è che non c’è mai un momento di stacco: quando finisce la lezione online, poi continui a studiare. Restare sei ore davanti a uno schermo è impegnativo. Quando invece vai in classe, cammini in strada, prendi l’autobus, scambi quattro chiacchiere con i tuoi compagni».


«Ho perso i ritmi di vita - spiega Anna - e alla fine c’è il rischio di impigrirsi. Io continuo a truccarmi e a vestirmi, ma so di studenti che si alzano dieci minuti prima di accendere il computer». «È facile distrarsi - prosegue Elisabetta - e l’insegnante magari non se ne accorge. I professori sono molto bravi e stanno facendo il massimo. Alcune materie sono però troppo complicate per essere seguite da remoto».

Zotti, come detto, insegna al Carducci Dante. «Il nostro istituto è aperto - racconta - ma i ragazzi sono a casa e si notano le difficoltà a seguire, ad apprendere e a vivere la scuola. Abbiamo dovuto riconsiderare i contenuti delle lezioni avendo tempi più ridotti. Esistono difficoltà legate alle connessioni e non sappiamo quello che accade dietro lo schermo anche se percepisco una difficoltà di tenuta e di concentrazione. Il programma è stato ridotto del 30% e a questo si aggiunge l’impossibilità di fare dibattito e approfondimento. A livello personale la percezione è che i ragazzi stiano imparando di meno».

Catalan insegna al Dipartimento di studi umanistici. «L’Università ha organizzato tutto alla perfezione ma resta il disagio dei ragazzi. Noi docenti parliamo con un computer ed è stato fatto uno sforzo importante per riuscire a tenere le matricole in presenza. I ragazzi soffrono perché l’ateneo deve essere un luogo di scambio e di comunità tra di loro e con gli insegnanti. Inoltre, avremmo dovuto tutti fare uno sforzo in più anche per consentire alle quinte superiori di frequentare in presenza: il loro un rito di passaggio fondamentale. La cosa che colpisce è la paura dei ragazzi nell’accendere la telecamera ed è un problema che registrano anche i colleghi all’estero».

La protesta in ogni caso non si ferma (domani ce n’è in programma anche una indetta dai Cobas e da Priorità alla scuola contro le “classi pollaio”), anche se il rientro in classe dovrebbe avvenire il primo febbraio, «dati sanitari permettendo», come ha ricordato l’assessore regionale Alessia Rosolen. Domani l’appuntamento sarà alle 16 in via Santi Martiri 3 davanti all’Ufficio scolastico regionale. —


 

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