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Addio a “Ciaspa”, l’alpinista e speleologo di Trieste che andava a caccia dei segreti delle grotte

Franco Gherbaz si è spento all’età di 81 anni dopo un’intera esistenza dedicata alla montagna e alle caverne 

TRIESTE Lo chiamavano “Ciaspa” fin dai tempi delle prime arrampicate in Val Rosandra. E Ciaspa è rimasto per tutti i compagni delle successive avventure in montagna. Si è spento venerdì a 81 anni Franco Gherbaz, nome noto nell’ambiente alpinistico e speleologico. La salute lo ha abbandonato nel giro di pochi giorni con un improvviso peggioramento. Ma fino a quando si poteva, prima del Covid, Ciaspa era del gruppo delle serate in osmiza con i vecchi amici.



Gherbaz inizia l’attività da giovanissimo, nel ’55. Crea un gruppo grotte e dopo un paio d’anni diventa socio della Società Alpina delle Giulie (Sezione di Trieste del Cai) ed entra nella Commissione Grotte Boegan. Ciaspa si distingue in particolare come “rilevatore”. Traccia percorsi, trova cunicoli, strettoie e collegamenti. Misura profondità, prepara schizzi, disegni, planimetrie. E non solo sul Carso o in Friuli. È a lui, come conferma chi lo conosceva, che si devono i primi lavori topografici strumentali. «Sono tante le grotte che ha esplorato – ricorda un compagno di escursioni – alcune le ha addirittura scoperte e aperte lui».

Nel ’62 Ciaspa abbraccia l’alpinismo, diventando accademico del Cai. Il grado più alto. «Negli anni Sessanta – ripercorre un altro amico, il geologo Silvano Sinigoi – frequentavamo molto la Val Rosandra. Ciaspa, insieme a Virgilio Zecchini erano la cordata di punta. Per noi che avevamo 15 anni loro erano i mitici. Gherbaz aveva percorso vie di notevole impegno per quegli anni, anche sul Civetta. Era soprannominato Ciaspa perché andava sulla neve con le ciaspole più che con gli sci».

È un’epoca in cui si arrampica con la corda legata alla vita, senza imbraghi né scarpette da roccia. A fine anni Settanta Ciaspa ha un incidente: un volo di trenta metri sul Pomagagnon, sopra Cortina. Un cornicione di neve piomba sulla corda facendo precipitare l’alpinista. «Non si è fatto niente per miracolo – spiega Sinigoi – ma credo che dopo quell’incidente abbia rallentato l’attività».

Negli anni Ottanta Gherbaz ritorna alla prima passione, la speleologia, riprendendo l’attività con la Commissione Boegan. È il primo a dedicarsi alla topografia del Canin. Con il tacheometro segna la posizione esatta di tutte gli abissi più importanti. Gherbaz, diplomato geometra e dipendente dell’allora Cassa di risparmio, mette corpo e anima nelle sue passioni. Nel ’95 assume la presidenza della Commissione Boegan, rimanendo in carica fino al ’98. Sono anni in cui l’attività va ben oltre i confini locali e nazionali: Venezuela, Messico, Etiopia, Vietnam. Sotto la sua presidenza viene inaugurato il Sentiero Alto della Grotta Gigante.

«Come Comici e altri triestini Gherbaz ha cominciato dalle grotte e poi si è innamorato dell’alpinismo», conferma Mario Privileggi, ex presidente dell’Alpina delle Giulie e attuale presidente della Commissione Boegan. «Lui e il fratello Mario sono stati speleologi di punta dagli anni Sessanta fino a tempi recenti. Cespa aveva inoltre esplorato le caverne di guerra e pubblicato un lavoro sui monti Cocco ed Ermada».

Gherbaz, sposato e con una figlia, aveva il carattere riservato degli uomini di montagna. «Sì – annuisce la moglie Fulvia – ed era una persona mite. Nei primi tempi, fino a quando sono rimasta incinta, mi portava con lui in montagna. Franco non c’è più, devo ancora rendermene conto». —

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