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Cirino Pomicino: «La crisi è del sistema. Partiti e istituzioni non hanno più peso»

L’analisi dell’ex ministro democristiano di lungo corso. «Mai viste scene simili nella prima Repubblica. Renzi? Si è dimostrato inesperto»

2 minuti di lettura
L’ex ministro democristiano Paolo Cirino Pomicino al centro tra Franco Marini e Giulio Andreotti in una foto degli anni Novanta 

TRIESTE. No, assicura Paolo Cirino Pomicino, non è come nel 1991. «Nessuno vuole la rottura della maggioranza come fecero i repubblicani allora, sbattendo la porta al governo Andreotti». Trent’anni fa l’ex democristiano era ministro del Bilancio (del VI al VII esecutivo del Divo Giulio), il confronto con il passato è inevitabile: «Quella di questi giorni è una crisi di sistema».

Cos’è cambiato?

«Stiamo assistendo a una crisi politica, la chiamerei appunto di sistema, in cui i partiti non svolgono più il proprio ruolo e le istituzioni parlamentari, private della loro vitalità, finiscono per essere autoreferenziali. Al punto che un signore non eletto è il punto di riferimento di tutti. Paradossale in una democrazia parlamentare».

Non è la prima volta che accade negli ultimi anni.

«Mario Monti, almeno, era già senatore a vita quando divenne presidente del Consiglio. Nella prima Repubblica non si sono mai viste cose del genere. Pure i governi balneari erano guidati da persone elette».

È un problema di rispetto della sovranità popolare?

«Lo è. Conte non è in discussione come persona, ma come istituzione. Sottotraccia si sta realizzando una sorta di costituente di un presidenzialismo de facto. È il tema che meno appare, ma che trovo più importante».

Che cosa serve, dal suo punto di vista, in una tale emergenza sanitaria ed economica?

«Un governo forte e coeso. Ma forti e coesi dovrebbe essere innanzitutto i partiti. Quello del presidente del Consiglio è un potere derivato dal sostegno dei partiti. E invece, da noi, è accaduto il contrario».

Che cosa pensa che accadrà? E che cosa farà il Capo dello Stato?

«Abbiamo lavorato assieme per quattro anni nei governi De Mita e Andreotti. Mattarella è un democristiano di lungo corso, è persona saggia, saprà benissimo cosa fare. Ma a me pare stia emergendo una pratica nuova: un governo à la carte, con una maggioranza à la carte. Oggi con te, domani con chi sarà».

Andare al voto è la soluzione migliore per il Paese?

«Sono sempre contro le mezze legislature, il fallimento della politica. Però, stavolta, meglio una mezza legislatura che l’agonia del governo. La soluzione migliore è quella di una maggioranza coesa e forte. Ma non vedo come se ci si possa arrivare se si pensa perfino ai partiti inventati. Come se si fosse naturale che un gruppo parlamentare diventi partito dalla sera al mattino.

Cosa manca per quel passaggio?

«Cultura di riferimento, organizzazione, soprattutto i militanti, prima ancora che i parlamentari. I partiti un tempo nascevano fuori dall’aula, poi si andava a Roma. Se si vuole fare il percorso opposto, siamo allo sgretolamento del sistema politico e statale».

Anche statale?

«Sono in difficoltà pure i poteri legislativo, con un Parlamento imbarazzante che si limita a ratificare i decreti legge, e quello giudiziario, come insegna la vicenda Palamara. Il rischio è quello della tempesta perfetta in mezzo alla pandemia».

La preoccupa anche la gestione di un’operazione fondamentale come quella dei vaccini?

«Quella sta procedendo, pur tra comprensibili intoppi. Ma è in generale, in sanità, che il governo non ha operato. Con i soldi del Mes, avremmo assunto medici e infermieri, realizzato ospedali al Sud dove non ce ne sono, acquistato strumentazioni. Nel 1987, ero presidente della commissione Bilancio, votammo 20 mila miliardi di lire per edilizia e attrezzature ospedaliere. Negli anni Novanta la sanità ha funzionato. Poi sono emersi liberismo, tagli, commissari. Ed è stato il disastro».

Chi potrebbe prendere in mano l’Italia in questo momento?

«Non un uomo solo al comando».

Un’area? Il centro?

«Centro democratico, +Europa, Azione, Cambiamo, Idea. Nani politici senza Biancaneve che li metta in fila. Bisogna smettere di fare i partiti personali, aprendo la strada a una costituente liberale e popolare. Guarda caso, le due culture che hanno garantito il miracolo economico degli anni ’50 e dei primi ’60».

Al centro c’è pure Renzi. Che responsabilità ha?

«La responsabilità è diffusa. Più che altri Renzi ha mostrato poca esperienza. Avrebbe dovuto chiedere una riunione dei partiti di maggioranza. Per fare le crisi, servono anche le liturgie. 
 

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