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L'epidemiologo Monasta: «Senza misure rigide la curva rischia di risalire fino a metà febbraio»

«Il Fvg aveva gestito bene la prima fase giocando d’anticipo. Un errore allentare le maglie dopo»

2 minuti di lettura

TRIESTE Se non verranno prese misure drastiche c’è il rischio che la curva dei contagi in Friuli Venezia Giulia continui a crescere almeno fino al 10 febbraio. «L’epidemia ha ricominciato a galoppare, e ciò significa che se nell’ultimo mese a livello nazionale abbiamo dovuto fare i conti con 15 mila morti, potremmo doverne contare altri 10 mila in 30 giorni», spiega Lorenzo Monasta, epidemiologo dell’ospedale Burlo Garofolo e collaboratore dell’Institute for health metrics and evaluation (Ihme), che si occupa di statistiche sanitarie a livello mondiale.

Dopo il picco del 28 novembre, quando in regione si erano registrati 1.432 nuovi casi, e una leggera discesa della curva, che al 24 dicembre era arrivata a toccare un minimo di 800 nuovi contagi, pare che ora i numeri siano nuovamente in crescita.

Dottor Monasta, perché non ne stiamo venendo fuori?

«L’epidemia ha una forte inerzia e mentre nella prima ondata il Friuli Venezia Giulia ha adottato in anticipo misure drastiche, che hanno blindato la regione, in questa seconda fase abbiamo assistito a più tentennamenti. Forse proprio perché la prima ondata è stata gestita bene ci si sentiva più sicuri, perciò si è insistito sul mantenere misure più soft anche quando il numero di casi stava aumentando. Adesso, con l’epidemia in moto, tirare il freno è più difficile: non possiamo continuare con misure che hanno dimostrato di non avere un impatto significativo sulla diffusione del contagio».

Alla situazione attuale può aver contribuito anche una maggiore confusione sulle regole da seguire?

«Senz’altro i tanti cambiamenti nelle regole dell’ultimo mese hanno confuso le persone, e credo che certe decisioni, come quella del 10 dicembre, quando a fronte di un aumento dei casi si è optato per misure meno restrittive, con il passaggio alla zona gialla, abbiano creato grande caos nell’opinione pubblica.

Com’è la situazione dei nostri vicini sloveni e veneti?

«Simile alla nostra. Mentre nella prima ondata si è riusciti a mantenere la situazione abbastanza sotto controllo, in questa seconda ondata è sfuggita di mano. Sui morti abbiamo tutti superato la media italiana, che è di 138 decessi su 100 mila abitanti: il Friuli Venezia Giulia ne registra 175, la Slovenia 153, il Veneto 164».

E il sistema sanitario?

«Rischia la saturazione, che si riflette sull’accesso a tutte le cure, anche per patologie gravi. Inevitabilmente c’è stata una riduzione, e in alcuni casi un blocco, delle visite ambulatoriali, dei controlli e degli esami di laboratorio. Ora con Ihme stiamo cercando di misurare l’impatto della pandemia sulle cure per altre patologie, da quelle cardiovascolari a quelle neurologiche».

In Fvg finora non c’è traccia della variante inglese. Ma quanto stanno incidendo le varianti nella diffusione del contagio?

«È ancora presto per dirlo con certezza. Al momento la situazione in cui ci troviamo non è dovuta alla diffusione di varianti del virus, quanto alle misure prese e ai comportamenti delle persone».

E il vaccino?

«Stiamo aggiornando le curve per inserire come variabili anche le politiche vaccinali dei vari paesi. Ma la vaccinazione ha delle tempistiche ben precise e i risultati non saranno immediati».

Cos’ha sbagliato l’Italia rispetto ai Paesi che sembrano esser riusciti a gestire meglio l’epidemia, dalla Corea del Sud alla Germania?

«Per quanto sia tra i migliori al mondo, il nostro sistema sanitario negli ultimi anni ha subito una forte riduzione di risorse, con conseguente diminuzione del personale e dei posti letto a disposizione. E l’inadeguatezza del nostro piano pandemico nazionale ha fatto il resto: quando accadono questi eventi serve una rete territoriale di prevenzione pronta a intervenire e, prima che la situazione sfugga al controllo, molte risorse per i tracciamenti. —


 

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