Paghe misere e turni duri, viaggio tra i rider di Trieste appostati in piazza Goldoni

Ogni giorno una trentina di giovani stranieri attende lì per ore una richiesta di consegna: «Fare questo lavoro è come giocare alle roulette: non sai mai se uscirà il tuo numero» 

TRIESTE Si danno appuntamento lì ogni mattina, poco prima di mezzogiorno. A Trieste Piazza Goldoni è diventata ormai il quartier generale dei rider, i fattorini che sfrecciano per la città in bici con i loro enormi zaini termici carichi di pizze, panini, fritti, porzioni di sushi o ravioli al vapore.

Sono una trentina i ragazzi che, a turno, gravitano intanto a quell’area. Sono tutti stranieri, molti dei quali richiedenti asilo arrivati attraverso la rotta balcanica da Afghanistan, Pakistan e Bangladesh in primis, ma anche Uganda e Libia. Hanno tra i 20 e i 30 anni e si arrangiano con l’inglese. Pochi masticano un po’ di italiano.



Seduti sui gradoni di pietra della piazza attendono che sul cellulare compaia una richiesta di consegna inoltrata dall’applicazione di food-delivery alla quale sono iscritti: Deliveroo Glovo, Just Eat o Uber. «È come una roulette - spiega uno di loro. Non sai mai se esce il tuo numero. Una guerra tra poveri pur di accaparrarsi un servizio, anche se in fondo qui siamo tutti comunque amici e ci diamo una mano».

Basta osservarli un po’ del resto, per rendersene conto. In piazza Goldoni, nell’attesa degli avvisi di consegna, è tutto un passaggio di chiavi inglesi e pinze per aiutarsi l’un l’altro a sistemare catene e copertoni delle bici. I ragazzi mettono a confronto le ruote dei vari modelli, più o meno spesse, discutono su come migliorare le performance del mezzo sulle ripide salite triestine. «È un lavoro duro, – spiega Hanzah Ameer, pakistano, da sei mesi a Trieste e seguito dall’Ics, il Consorzio italiano di solidarietà –. Non ci fermano né la pioggia, né il caldo, né il freddo né tantomeno la Bora che tutti ormai abbiamo imparato a conoscere: che fatica andare in bicicletta quando c’è vento forte».



Per iniziare a lavorare i fattorini devono proporsi all’applicazione della piattaforma con la quale intendono collaborare, poi attendere l’ok e accettare infine le condizioni. Serve ovviamente munirsi di bici, e non di una due ruote qualsiasi, «perché i chilometri da percorrere sono molti, e in tempi ridotti – precisa a Rahman, da oltre un anno a Trieste e arrivato dal Bangladesh –. Per l’acquisto delle bici ci diamo una mano, acciamo anche collette per aiutare un amico che vuole iniziare a lavorare a comprarne una. Poi piano piano lui ci restituisce i soldi». Per questi acquisti in genere approfittano delle super offerte della grande distribuzione.



E i compensi?«Guadagno al massimo 300 euro al mese – sostiene Karamat Butt, anche lui pakistano –. La cifra dipende dal numero delle consegne fatte e dalle distanze percorse. Lavoriamo in media 5-6 ore la giorno, chi più chi meno. Per 4 chilometri prendo circa 3 euro e ieri sera – spiega mostrando il report sul suo telefonino – ho atteso qua due ore senza che mi venisse assegnata nemmeno una consegna». Si capisce quindi quanto possano essere preziosi anche i pochi centesimi di mancia che qualcuno aggiunge al conto nel momento della consegna. E poi c’è il discorso punteggio. Quando le richieste sono in genere di meno e non consentono a tutti di lavorare- accade per esempio nei festivi o prefestivi, o nelle serate in cui ci sono importanti match calcistici –, le consegne vengono assegnate a chi nel tempo ha accumulato più punti. La classifica si forma sulla base di tanti parametri diversi. «Si va dalla disponibilità a lavorare nei fine settimana e fino a tarda ora - spiegano i diretti interessati – ai giudizi dei clienti e dei ristoratori. E se rifiuti un ordine, perdi subito posizioni». —


 

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