Migranti al gelo, Bruxelles avvisa Sarajevo: «Agisca se aspira a entrare in Europa»

Situazione migliorata nel campo di Lipa, ma ancora molte le persone che restano intrappolate nel freddo dell’inverno 

SARAJEVO Avvertimenti, prima blandi e in seguito sempre più diretti, poi “minacce” esplicite. Sembra essere ormai guerra aperta, tra Bruxelles e Sarajevo, per la malagestione della crisi umanitaria di migranti e profughi bloccati in Bosnia-Erzegovina, in particolare i disperati del campo di Lipa, presso Bihac. La guerra è stata riaccesa ieri dal portavoce della Commissione europea per la politica estera, Peter Stano, che ha aspramente criticato la Bosnia evocando persino un potenziale stop al già accidentato cammino verso l’integrazione europea del Paese balcanico. Se Sarajevo «non sarà in grado di soddisfare le richieste» europee di assistenza ai migranti e di ottemperare «agli obblighi internazionali» umanitari, allora «ci saranno conseguenze», ha avvisato Stano.

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Conseguenze che sono già definite. La voce della Commissione ha evocato un possibile impatto addirittura sulle «aspirazioni» di Sarajevo di entrare un giorno nel club europeo che conta, l’Ue, obiettivo strategico del Paese. Parole che fanno il paio con quelle di Josep Borrell, Alto rappresentante Ue agli Esteri che già lunedì aveva informato le autorità bosniache del rischio di «gravi ripercussioni» per lo Stato balcanico se non fosse stata fornita immediatamente assistenza ai più di mille migranti che ruotano attorno a Lipa.



Qualcosa dopo l’avvertimento di Borrell sembra però essersi mosso. Dopo che le immagini dei profughi costretti a sopravvivere al gelo hanno indignato il mondo, la Bosnia si è mobilitata spedendo l’esercito a allestire tende riscaldate e offrire assistenza di base agli stranieri, rimasti all’addiaccio dopo che il campo era stato dato alle fiamme a dicembre. Nei giorni scorsi a quasi mille persone è stato offerto un “tetto” provvisorio. «Un primo importante obiettivo è stato raggiunto», ha riconosciuto anche il rappresentante Ue a Sarajevo, Johann Sattler, in visita a Lipa, dove si continua a lavorare alla ricostruzione del campo. Ma ancora molto resta da fare per dare «protezione» a chi sopravvive «in rifugi di fortuna attorno a Bihac», ha sottolineato lo stesso Sattler. E potrebbero essere centinaia, dato che la stessa Ue aveva stimato in almeno 1.700 i migranti costretti ai rigori invernali nel Nordovest del Paese. Si spiega così, con il timore di assistere a un nuovo acuirsi della crisi umanitaria, la reprimenda di Stano. Troppi migranti rimangono «intrappolati» in situazioni difficilissime «a causa dell’incapacità delle autorità» bosniache di agire, ha rimarcato infatti il portavoce Ue, assicurando che la vicenda – e le possibili severe punizioni – sono tema «di discussione molto intensa a Bruxelles e nelle capitali» dell’Unione.



Unione che ha però anche altre gatte da pelare, tutte interne. Riguardano la questione dei respingimenti e il caso dell’agenzia Ue Frontex, finita in una per ora indecifrabile inchiesta da parte dell’Ufficio antifrodi Ue (Olaf), che starebbe indagando su presunti abusi collegati a respingimenti, in particolare in Grecia. Lo stesso accadrebbe però tra Ungheria e Serbia da anni, ha denunciato l’Helsinki Committee magiaro, accusando sempre Frontex di aver «chiuso un occhio» su 50mila respingimenti illegali dal 2016 a oggi. Casi simili si registrerebbero ora anche tra Bulgaria e Turchia, via Grecia, senza dimenticare quelli più volte stigmatizzati tra Croazia e Bosnia, nazione in crisi anche per la «fortificazione dei confini Ue», ha ricordato Amnesty. Sarebbero stati 15mila i respinti dalla Croazia in due anni, hanno segnalato ieri i media locali. E anche lì sta il problema per la Bosnia, collo di bottiglia che riceve migranti in arrivo da Sud e pure da Zagabria. «Qui il loro numero è molto più alto rispetto agli altri Paesi», ha sostenuto ieri il premier bosniaco Zoran Tegeltija. Che ha difeso la Bosnia, spiegando che la crisi attuale «non è solo umanitaria o una questione di buona volontà». E che Sarajevo non può farcela da sola. —

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