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L’ombra del padre padrone dal passato che riaffiora

San Patrignano: la vicenda è il contrario della battaglia contro i manicomi che culminò a Trieste in quel periodo

TRIESTE Pensavamo con molto ottimismo di avere ormai lasciato alle nostre spalle la figura del padre autoritario e padrone. Ci siamo convinti, negli ultimi decenni, che si potesse vivere in una società senza padre, pur non nascondendoci le difficoltà di una simile orfanezza, i ritorni e i rigurgiti di questa paternità dura e all’apparenza accogliente.

L’ombra però è rimasta e a ogni occasione si fa sentire, sia a livello della famiglia sia a livello della gestione politica del potere: adesso è stata portata davanti agli occhi di tutti dalla serie televisiva dedicata alla Comunità di San Patrignano e al suo fondatore Vincenzo Muccioli, inquietante esempio di padre padrone che chiamava «i miei ragazzi» i tossicodipendenti che aveva accolto da ogni parte d’Italia. Se ne sta parlando molto in questi giorni (anche sul “Piccolo”, con un articolo di Ferdinando Camon), quasi che sia stato tolto il coperchio da una vicenda ormai rimossa: certo, silenziata o dimenticata da chi quarant’anni fa aveva avuto modo di conoscerla, ma “nuova” e ancora parecchio pungente per coloro che, venuti dopo, la hanno attraversata con qualche distrazione.


Quello che vorrei qui mettere in evidenza è il fatto che – come è stato opportunamente scritto in questi giorni – la vicenda di San Patrignano è il contrario della battaglia per chiudere i manicomi che è culminata a Trieste nello stesso periodo. Vincenzo Muccioli sarebbe, per dirla in breve, l’«anti-Basaglia» per eccellenza. Si ritorna, suscitando un interesse internazionale, sull’operato di Franco Basaglia, che stiamo cercando di “ripensare” non perché sia caduto nell’oblio ma perché ha molto da insegnarci ancora oggi quando abbiamo sì superato, grazie alla legge 180, l’orrore manicomiale: resta infatti da attraversare fino in fondo l’idea che l’istituzione totale debba essere completamente cancellata. Basaglia è ancora attuale perché l’idolo del padre padrone non è stato completamente abbattuto, né nelle pratiche psichiatriche né nelle nostre teste. Per questi stessi motivi la sua esperienza resta anche inattuale.

Quanto a Muccioli (al di là della notorietà mediatica che aveva raggiunto negli anni Ottanta, anche grazie alle vicissitudini giudiziarie), lui aveva costruito la sua attualità attraverso abbracci paterni e violente punizioni da padre padrone, spacciate per terapie. E oggi ci appare fuori dal quadro proprio per questa drammatica ambivalenza. Ma è davvero così? Difficile negare che Basaglia rappresenti il rovescio di Muccioli. Non troviamo nulla di “paterno” nel suo rapporto con i degenti né in quello con i suoi collaboratori: i “padri” non praticano sistematicamente l’ascolto, quasi mai scelgono il silenzio o il mettersi a lato per dare voce ai supposti “figli”.

Inoltre, Basaglia non prediligeva l’esposizione mediatica, bastava osservare l’espressione del suo viso e i gesti che la accompagnavano. Non faceva – e non professava – gesti di padronanza: non ne aveva bisogno, anzi rifuggiva, proprio come atteggiamento “terapeutico”, dall’apparire come un “capo”, e, più ancora, temeva la falsità di qualunque gesto paternalistico, vedendovi (lo ha anche scritto) qualcosa di avvolgente a buon mercato, mentre riteneva che solo abbassandosi, cercando di entrare nella relazione facendo propria l’alterità dell’altro, esponendosi magari anche al conflitto, potesse prodursi una socialità di dialogo e un’apertura.

Ma torniamo all’ombra che oggi ancora ci impedisce lo sguardo e il contatto nella società dei cosiddetti “normali”, come ciascuno di noi pretende di essere. Il riapparire del padre padrone, anche solo in un documento del passato, lancia un allarme: ci dice che il passato forse non è davvero passato, che c’è qualcosa di ostruttivo con cui non abbiamo fatto davvero i conti e da cui non ci siamo liberati. Peggio: da cui non vogliamo liberarci perché questa “paternità” ancipite e questa “padronanza” paternalistica sono tuttora una specie di verità che ci appartiene e che crediamo utile. L’evanescenza storica della figura del padre tradizionale, il suo evaporare per lasciar posto a un’immagine più consapevole di figlio (e la conseguente eredità), sono processi decisivi di civiltà, ma tutt’altro che realizzati.

La battaglia, pure giusta e necessaria, è lontana dall’essere vinta, sempre che nella nostra cultura essa sia diventata davvero opportuna. Si ha – bisogna pure ammetterlo – l’impressione del contrario. Tutto fa pensare che non ci sia una consapevolezza etica dell’importanza “politica” di questo difficile passaggio, che chiederebbe la messa tra parentesi dell’onnipotenza dell’io e del godimento che deriva dalla pratica quotidiana dell’egoismo. —

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