Prudenza o disinteresse. La ferita dei teatri chiusi divide il mondo politico

C’è chi ritiene la chiusura di palchi e teatri una scelta obbligata in base al parere dei tecnici   E chi invece parla di sottovalutazione del mondo della cultura. «Eppure è il petrolio del Paese» 

TRIESTE C’è un punto su cui sono d’accordo tutti, a prescindere dalle sfumature di partito: le sale di teatri, cinema e musei avvolte nel silenzio non piacciono a nessuno. Ma è dalle sottili crepe di questo comune sentire che emergono le differenze di campo. «Il governo in questa fase è molto legato alle indicazioni del Comitato tecnico scientifico. Il quale ha fatto un’osservazione di carattere generale su tutti i luoghi in cui ci possano essere assembramenti – ha affermato l’assessore regionale alla Cultura Tiziana Gibelli -. Eppure teatri e musei andrebbero riaperti, tutti gli assessori alla Cultura condividono questo punto. Ma finché la curva dei contagi non decresce, non ci ascolteranno. Passeranno subito all’ordine del giorno successivo».



Bisogna tornare allo scorso novembre per rintracciare l’ultimo confronto che l’assessore del Friuli Venezia Giulia ha avuto con il rappresentante del Mibact Dario Franceschini. «In quell’occasione, mi disse che le condizioni non permettevano di riflettere su una riapertura. E con il senno di poi, mi viene da dire che avesse ragione. Proprio in quelle stesse settimane, infatti, c’è stata una spaventosa impennata dei contagi. In ogni caso – prosegue Gibelli – nelle platee e nei musei si sono riscontrati pochissimi contagi, uno su 350mila, secondo l’Associazione generale italiana dello Spettacolo (Agis)».

La lotta per ricacciare indietro il virus, tuttavia, sembra essere più complicata di così. E i dati che la pandemia fa registrare nei bollettini non rappresentano l’unica bussola che gli ospiti di palazzo Madama e di Montecitorio possono usare nel prendere scelte. «Anche i dati sulle scuole indicano che quelli sono luoghi a basso contagio. Ma intanto i governatori le hanno chiuse: evidentemente, non è l’unico elemento di cui tener conto - ha sottolineato la vicesegretaria del Pd Debora Serracchiani -. Bisogna tornare a vivere quanto prima in sicurezza, reggere il tempo necessario per vedere l’effetto dei vaccini». E, nel frattempo, l’ex governatrice Fvg assicura che saranno garantiti nuovi aiuti economici a chi lavora nel settore. «Lo scorso anno, nella cultura e nel turismo sono stati investiti 9 miliardi di euro, ma per la cultura, e per lo spettacolo dal vivo in particolare, occorre fare di più e meglio. Con gli ultimi decreti è stato possibile dare delle indennità ai lavoratori dello spettacolo che non avevano mai avuto un riconoscimento, nemmeno prima della pandemia. Ma ci sono settori che non hanno ancora ricevuto nulla. È vero, – conclude Serracchiani - i sostegni economici sono insufficienti e non hanno raggiunto tutti in tempi adeguati. Ma stiamo facendo il possibile per aumentare l’attenzione».

Intanto le lancette sul quadrante corrono. E c’è chi, dai banchi dell’opposizione, ci tiene a sottolineare quanto, ad ogni minuto di stallo culturale trascorso, l’Italia rischi di rimetterci. Anche e soprattutto in termini economici. «I luoghi di cultura chiusi sono la più grave perdita che possa avere l’Italia. È il vero petrolio che ci mette al centro del mondo – chiosa il leghista Mario Pittoni, vice presidente della Commissione Cultura in Senato -. Anche se non è semplice, vanno messe in campo risorse per mettere al sicuro questi ambienti. Il problema è che se ne discute solo in ambito culturale. Sembra che sia un tema circoscritto agli addetti ai lavori».

Argomentazioni simili arrivano dal fronte di Italia Viva. È infatti Ettore Rosato ad affermare quanto sia «chiaro che il nostro Paese viva di cultura, anche e non solo sotto il profilo economico: non disponendo di petrolio e carbone, una parte importante della nostra ricchezza si regge sull’ingegno, sull’intuizione, sul gusto dei nostri artigiani e delle nostre imprese». Proprio per questo motivo, secondo il vicepresidente della Camera dei Deputati, il rischio è che si vada incontro alla morte di tante aziende. E che molti professionisti dello spettacolo siano costretti a cercare altre soluzioni per vivere. «Inoltre, diversi spettatori, soprattutto tra i giovani - conclude Rosato - potrebbero essersi abituati alla televisione, allo streaming, perdendo interesse per il settore. Ci siamo battuti per cercare di riaprire i luoghi della cultura con norme molto rigide. Ma abbiamo riscontrato una grande sottovalutazione del problema».

Un disinteresse in cui, però, non si ritrova Sabrina De Carlo, deputata del Movimento 5 Stelle. Che, piuttosto che guardare al passato, preferisce concentrarsi sulle speranze del futuro: «Non mi pare non ci sia stato dialogo sul tema della Cultura, anzi. Nel prossimo Dpcm si discute di un’eventuale riapertura di teatri, musei e cinema nelle zone bianche, ossia quelle con indice Rt allo 0,5 – spiega la pentastellata -. Ci rendiamo conto che la coperta è corta, si sta cercando di intervenire. Ma le scelte del governo sono sempre e comunque prese in base ai report del Cts».

Il futuro prossimo, però, è un orizzonte sempre troppo lontano, e i dubbi della minoranza sembrano destinati a non sciogliersi mai. «Non capisco cosa differenziasse un teatro o un cinema da altre attività rimaste aperte – afferma il deputato forzista Guido Pettarin -. Per il breve periodo in cui abbiamo avuto modo di constatarlo, il rispetto in quei luoghi era massimo, agevolato dal fatto che le platee permettessero di mantenere più agevolmente il distanziamento».

C’è poi anche chi preferisce sforzarsi di sbirciare oltre il muro di polemiche, di fantasticare su quello che succederà quando l’effetto del vaccino si farà sentire: «Il teatro è un’esperienza che tutti noi vorremmo rivivere quanto prima – afferma la senatrice Pd Tatjana Rojc -. Ci aspettano ancora periodi difficili, Per questo dovremo essere responsabili. Il ritorno alla cultura sarà davvero un evento magnifico. Ci servirà a capire cosa sia veramente “il cibo dell’anima”». —

10 - fine.


 

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