Le cause dell’errore nel virus mutato

Immaginate un’esperta dattilografa che deve copiare ogni giorno un testo di circa 30.000 caratteri (circa 10 volte questo articolo) per 3.000 volte. Sono in tutto 90 milioni di battute. La dattilografa è davvero brava, ma un errore qua e là è inevitabile. Succede circa 1 volta ogni milione di battute, quindi 90 volte sul totale delle copie. Nella maggior parte dei casi non c’è nessuna conseguenza: il lettore delle bozze si accorge dell’errore e cestina la copia. Ma in qualche raro caso la parola con la lettera sbagliata ha un senso diverso ma compiuto. Il correttore non se ne accorge, e il testo viene pubblicato ma ha un significato diverso. Questo è esattamente quello che succede con Sars-CoV-2: ogni cellula infettata produce circa 3.000 particelle virali, e circa una novantina di queste hanno delle mutazioni casuali. Soltanto una rara minoranza di queste è compatibile con l’infettività delle particelle virali prodotte, e ancora più bassa è la probabilità che una di queste mutazioni conferisca un effetto positivo.

L’analogia prevede un corollario importante: più sono i giorni consecutivi di lavoro della dattilografa più alta sarà la probabilità che questa compia errori. Si è accorto per primo di questo fenomeno il Paese che ha in questo momento il sistema di sorveglianza genetica più avanzato al mondo, il Regno Unito. La storia è iniziata con un paziente di Cambridge con il sistema immunitario compromesso. Quando aveva contratto Sars-CoV-2, era rimasto infettato per oltre 100 giorni prima di morire. Il virus che si era sviluppato alla fine era la variante B.1.1.7, che porta una quindicina di mutazioni rispetto alla sequenza originaria del virus. Questa variante è stata poi trovata con sempre più frequenza nei pazienti inglesi, suggerendo che le mutazioni di B.1.1.7 aumentano la capacità di diffusione del virus.


Chiudere le frontiere costringendo alla quarantena chi arriva dall’Inghilterra è stata una decisione irrazionale e poco informata. B.1.1.7 è presente oggi in oltre 30 Paesi, inclusa l’Italia, e altre varianti stanno emergendo ovunque si vada a cercarle – ad esempio, un ceppo che si sta diffondendo in Sudafrica porta una delle stesse mutazioni di B.1.1.7. La lezione da trarre, invece, è che lasciare che il virus si diffonda non è buona cosa, perché questo aumenta la probabilità che sviluppi errori (si stima che acquisisca 1-2 mutazioni per ogni mese di infezione). Vaccinarsi per bloccare il contagio allora diventa non soltanto un’opportunità di protezione individuale ma anche uno strumento collettivo per diminuire la probabilità che si sviluppino mutanti. È come mandare a casa la dattilografa perché il suo lavoro è finito anzitempo. —

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