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Progetto fantasma, la Curia di Trieste vince la causa

La società Progenia aveva chiesto quasi 3 milioni di risarcimento per la mancata realizzazione di un impianto energetico

TRIESTE Niente progetto, niente risarcimento. È l’estrema sintesi della sentenza emessa dal Tribunale di Treviso che rigetta le domande di Progenia Srl, una società veneta di impianti energetici, nei confronti degli enti della Cattedrale di San Giusto Martire e del Seminario vescovile.

La Curia si libera così di una causa da quasi 3 milioni intentatale dall’azienda veneta per essersi ritirata da una proposta di realizzazione di un doppio gassificatore a biomasse all’interno del Seminario. Una visione alle soglie della fantascienza che mai s’è avverata, ha appurato il Tribunale, non per le renitenze della Curia, ma perché la società ha mancato di presentare il progetto.



La sentenza è stata vergata dal giudice della terza sezione civile Lucio Munaro e ripercorre passo dopo passo la vicenda giudiziaria, iniziata nel 2015. Gli enti ecclesiastici sono stati assistiti dagli avvocati Giovanni Di Lullo, Andrea Polacco e Alberto Polacco. I legali di Progenia, invece, Giulio Veronese e Christian Fornasier.

Il primo contatto fra la società e il Seminario vescovile avviene nel 2013, sul piatto c’è la possibilità di ammodernare l’augusta struttura ecclesiastica riducendone i consumi energetici. L’idea piace e cresce, fino a diventare un impianto di gassificazione a biomasse che potrebbe fare del Seminario una piccola centrale energetica. Sulla base di queste premesse l’ente si rivolge alla banca Friuladria Credit Agricole e chiede un finanziamento, avvalendosi della consulenza tecnica di Progenia. La cifra complessiva dell’opera si aggira attorno ai 4 milioni di euro, sicché la banca chiede una due diligence, ovvero un approfondimento delle specifiche della richiesta, affidato a un consulente, che ne attesti la regolarità. Nel frattempo entra a far parte dell’operazione l’ente Cattedrale, subentrato come parziale detentore dell’impianto, che viene diviso salomonicamente su due parcelle (dell’uno e dell’altro ente) per restare in una categoria più bassa di intervento. Nel 2015 il dialogo con la banca prosegue, ma ad un certo punto i due enti decidono di rinunciare. Progenia ritiene d’esser stata gabbata e ricorre alle vie legali: chiede 141 mila euro per l’attività svolta inutilmente fino a quel momento, oltre a 1 milione 56 mila euro all’ente Cattedrale e 1 milione 514 mila al Seminario come risarcimento per i mancati introiti. Pretese infondate, spiega il giudice, poiché la «causa efficiente della condizione risolutiva» dei due documenti negoziali è ascrivibile soltanto a Progenia: «La quale ha preteso di addossare alla condotta omissiva dei convenuti (i due enti, ndr) la responsabilità del mancato finanziamento, mentre invece l’omissione di base è solo quella attorea (di Progenia, ndr). Senza progetto definitivo (. . . ) non si sarebbero mai potute soddisfare tutte le condizioni tecniche richieste dalla banca per il finanziamento». Prosegue ancora il giudice: «Siccome la redazione del progetto definitivo dell’impianto rientrava nella competenza esclusiva della Progenia, conclusivamente è la condotta omissiva di quest’ultima, che non assicurò un progetto compiuto prima di affrontare la questione finanziamento in sinergia coi convenuti, la causa» della chiusura delle trattative. Senza un progetto, insomma, Progenia ha fatto mancare «la condizione prioritaria, che dipendeva solo da lei e senza la quale ogni attività non avrebbe mai consentito il raggiungimento dello scopo».

La sentenza rigetta quindi le domande della società, e la condanna a rimborsare gli enti delle spese di lite (quasi 47 mila euro) e pone a suo carico le spese della consulenza tecnica d’ufficio di cui il giudice si è avvalso nell’analisi del caso. —


 

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