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Docente universitario triestino accusato di abuso d’ufficio per il concorso “sospetto”

I posti messi a concorso dall’Università di Udine erano 41, ma soltanto 24 candidati avevano ottenuto l’ammissione al corso di tirocinio formativo attivo per l’insegnamento della lingua inglese nelle scuole medie e superiori organizzato per quell’anno. Evidentemente i più bravi, verrebbe da pensare. Non in quell’occasione, suggerisce invece la coda giudiziaria nella quale i tre esaminatori si ritrovarono coinvolti all’indomani della loro decisione. O per meglio dire, dopo che una degli esclusi decise di presentare un esposto in Procura.

Da allora – era l’inverno del 2014 – sono trascorsi ormai sei anni. E soltanto ieri il procedimento penale che ne era seguito, scandito da perizie e controperizie, è approdato al giro di boa che permetterà di chiarire se e come l’allora presidente della commissione Maria Bortoluzzi, 59 anni, di Pordenone, e i due componenti Deborah Saidero, 48, di Trasaghis, e Nickolas Demitrios George Komninos, 46, residente a Trieste, tutti professori universitari, commisero un abuso d’ufficio. Diversamente da quanto auspicato dalla difesa, che aveva cercato di ottenere il loro proscioglimento in udienza preliminare, il gup Carlotta Silva, ritenendo indispensabile il vaglio dibattimentale, ha disposto il rinvio a giudizio per tutti. Il processo davanti al tribunale collegiale comincerà il 23 aprile.


A beneficiare dell’«indebita ammissione» ai corsi dei 24 promossi, secondo l’impianto accusatorio formulato dal pm Annunziata Puglia, sarebbero stati gli stessi candidati «in termini di acquisizione di titoli utili ai fini di carriera», e l’Università, «per i vantaggi patrimoniali consistenti nell’acquisizione della quota di iscrizione ai corsi, pari a 2.500 euro l’uno, per complessivi 60 mila euro». Ateneo che, a conclusione delle indagini, era stato indicato anche come parte lesa. La contestazione dell’abuso d’ufficio aveva trovato fondamento nelle conclusioni del consulente tecnico della pubblica accusa, che, ricorrendo a criteri valutativi difformi da quelli adoperati dai commissari, aveva ritenuto inidonei alcuni dei compiti. E con ciò, peraltro, abbassando ulteriormente anche il punteggio della candidata che aveva lamentato la propria esclusione.

La vicenda, a parere del collegio difensivo formato dagli avvocati Carlo Monai (per Bortoluzzi), Carlotta Campeis (per Saidero) e Virio Nuzzolese (per Komninos), va analizzata partendo proprio dalla «flessibilità» che una valutazione in materia linguistica richiede. Perché un conto è giudicare un test matematico, un altro un elaborato scritto. Tanto più, se, «a calpestare le capacità dei professionisti oggi imputati – ha evidenziato l’avvocato Monai – è un super perito della cui credibilità non possiamo che dubitare, considerato che nel proprio curriculum, al di là dell’incarico di direttore svolto alla British School, vanta soltanto di essere la firma di una nota rivista di vini».

I difensori avevano poi insistito sulla configurabilità stessa dell’abuso d’ufficio, alla luce delle modifiche apportate l’anno scorso dal legislatore all’originaria fattispecie di reato. Nel restringerne l’ambito di applicabilità, la nuova formulazione dell’articolo 323 del codice penale infatti esclude la rilevanza penale nel caso di «violazione di regole di condotta che lascino residuare margini di discrezionalità

Uscito da una camera di consiglio durata oltre un’ora e mezza, il gup ha dichiarato di non condividere la soluzione prospettata dalle difese e accolto invece la richiesta di rinvio a giudizio della Procura, ritenendo che l’abuso d’ufficio possa sussistere non solo in presenza di violazione letterale della norma, ma anche se vi sia uno «sviamento del suo fine», e che la depenalizzazione introdotta in caso di discrezionalità «non rilevi quando vi siano valutazioni contraddittorie su risposte coerenti a un identico quesito». —


 

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