«Aver silenziato la musica dimostra la disattenzione nei confronti della cultura»

Red Canzian ricorda l’ultimo concerto a Treviso con 500 persone: «Sembrava San Siro». I 40 Fingers si sono esibiti a dicembre al Rossetti per essere visti in rete da oltre 50 Paesi 

TRIESTE Pioveva a dirotto il giorno in cui Red Canzian è salito nuovamente su un palco dopo la fine del primo lockdown. Era il 15 giugno. La stessa data decisa dal Governo per sciogliere le briglie a molti lavoratori rimasti bloccati per mesi. Tra cui quelli del mondo dello spettacolo che, seguendo protocolli ben precisi, avrebbero potuto restituire nuova linfa a teatri e cinema, piazze e musei. «Eravamo a Treviso, in piazza dei Signori. Ad assistere c’erano solo 500 persone, tutte distanziate. Ma io mi sentivo emozionato come se mi fossi trovato a San Siro – racconta Canzian -. I Vigili del fuoco erano sotto al palco, avevano le lacrime agli occhi. E anche noi musicisti eravamo commossi. Perché ci sembrava di essere tornati alla vita. Poi, di colpo, si è rispento tutto».



A pochi mesi da quell’esibizione baciata dal maltempo, la vita sarebbe nuovamente scivolata via dalle arterie dello spettacolo, persa e frantumata tra decine di norme e di disposizioni, tutte condensate nel Dpcm del 26 ottobre, che ha disposto un ulteriore stop alle attività culturali. «Peccato, perché prima della pandemia, nel nostro Paese il settore artistico si stava leggermente riprendendo. Gli italiani si stavano alfabetizzando. Si era accesa una fiammella di interesse che si stava trasformando in un bel falò» prosegue Canzian che, nonostante tutti i paletti del momento, sta lavorando al progetto da lui scritto “Casanova Opera Pop”. «È un modo per tenermi impegnato. E per aiutare economicamente una ventina di persone, che così lavorano. Molti professionisti del settore sono fermi da un anno, si tratta di gente che all’orizzonte non vede la luce, ma solo altro buio. Io voglio essere positivo – conclude il musicista dei Pooh – e sperare che le scelte prese da parte del Governo siano dettate dalla disattenzione. Capisco la difficoltà, non vorrei essere nei panni di chi oggi è chiamato a decidere per tutti. Ma, in ogni caso, fa male essere considerati sempre come l’ultima ruota del carro».



A credere che la chiusura di teatri e cinema altro non sia che il riflesso di una cultura dallo scarso peso specifico, è anche Raphael Gualazzi: «In Italia, coloro che frequentano il Conservatorio devono al contempo essere iscritti a un’altra scuola. È un po’ come se il Conservatorio non fosse abbastanza. Chi dedica la sua carriera all’arte, in Italia, è visto come un lavoratore di serie b – dice il cantautore urbinate, che ha fatto tappa a Trieste proprio la scorsa estate -. Le scelte prese a livello politico-amministrativo dipendono da un problema culturale in cui arte e spettacolo non sono ritenuti sufficientemente importanti». Il punto interrogativo che oggi grava sulla coscienza degli artisti è: come mai ad altri settori della società è stata data una chance per ripartire e a loro no? Le risposte fornite dall’Esecutivo chiamano in causa la volontà di ridurre all’osso la mobilità e di evitare manifestazioni in luoghi chiusi. «Eppure qualche giorno fa sono stato al funerale di una cara persona. Eravamo in 150 persone nella stessa chiesa, la cerimonia si è svolta secondo i protocolli, senza problemi. Perché - si chiede il compositore Remo Anzovino -. non si potrebbero fare concerti e spettacoli nello stesso modo?». Il 26 ottobre, giorno in cui tutto è di nuovo stato stretto tra le catene di un secondo lockdown, Anzovino avrebbe dovuto esibirsi a Trieste, per aprire la stagione del Teatro Rossetti.

«All’essere umano l’arte serve. Altrimenti – aggiunge il concertista pordenonese - non si spiegherebbe perché, da Plauto a oggi, c’è sempre stato il rito dello spettacolo». Per soddisfare questa umana necessità, Anzovino ha ideato in tempo di chiusura il “Diario sonoro”, un progetto audiovisivo lungo più di dieci ore che ha regalato alle persone per permettere loro di evadere con la mente. Ma a ricostruire un bacino di godimento artistico in streaming sono stati anche i 40 Fingers, quartetto di chitarristi acustici nato tra Trieste e Pordenone. Lo scorso 26 dicembre si sono esibiti al Rossetti, per essere ripresi e visti in rete da oltre 50 paesi in tutto il mondo. «Quella è stata una bellissima esperienza, in cui non ci saremmo mai lanciati se non avessimo avuto la spinta data dal periodo – spiega uno dei componenti, il chitarrista Emanuele Grafitti, di Trieste –. Solo che esibirsi in streaming toglie un po’ di emozione. Lo stesso brano lo si può suonare 100 volte e per 100 volte sarà un’esecuzione diversa. La differenza la fa anche il pubblico che si ha davanti». —

9. - continua


 

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