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Fuggire, non esserci e non appartenere a nessuno. È dai luoghi che inizia l’alchimia della scrittura

L’anno che è venuto, Andrea Gardini. (Da 25 anni sviluppa grafica multimediale e applicazioni, progetti di automation e AI. Per passione reinterpreta il linguaggio del fumetto d’arte)

L’anima di Trieste è inafferrabile, continuamente oscillante tra l’estroversione e l’introversione

TRIESTE In poche altre città come a Trieste gli scrittori sentono l’esigenza di ancorare le loro storie e poesie ai luoghi fisici e a un paesaggio che viene assorbito osmoticamente dagli abitanti: come lo “spazio di mezzo” in cui si colloca la città, sospesa tra Carso e mare, anche l’anima di Trieste è inafferrabile, continuamente oscillante tra l’estroversione e l’introversione, tra cultura nordica e mondo mediterraneo.


L’attenzione ai luoghi, nei quali si proiettano i fantasmi dell’autobiografia con le sue irriducibili ambivalenze, sembra una reazione a questa inafferrabilità, un modo per definire un’identità incerta e precaria come tutte le identità di frontiera ma anche smaniosa di dilatarsi verso orizzonti smisurati che la portino altrove: si intrecciano una tensione al radicamento e un bisogno di fuga che, a partire da Slataper, percorrono tutta la letteratura triestina. A volte, come nel primo Svevo o in Renzo Rosso, il rapporto con i luoghi si trasforma in un vero e proprio corpo a corpo: la città diventa un personaggio intransitivo, ostile, che restituisce un ritratto anche spietato di chi si cerca in essa, dei suoi limiti e delle mancanze esistenziali.

Altre volte, la rimozione della verità, l’idealizzazione o la delusione inducono a immaginare una città che non esiste, come nel caso di Cergoly e della Trieste del “mito mitteleuropeo”, dove si vive in uno stato di “continua meraviglia”, con la sensazione che finalmente possa prendere forma un’altra vita.


All’esigenza di una letteratura fondata sulle “cose” si accompagna sempre la tendenza a trasfigurarle e a prendere il largo: Mercurio e Apollo sono le due facce della stessa medaglia. Mappare Trieste significa adottare una prospettiva mobile e fluida come il ritmo del pensiero, dove tutto coesiste simultaneamente, abbandonarsi alle sorprese, prendere atto di una complessità e molteplicità spaziale e temporale che eludono i tentativi di classificazione e ogni stabilità.


Al di là delle mitizzazioni, che derivano dall’ansia di trovare un ordine armonioso in ciò che è sfuggente e caotico e di salvare l’individualità da tutto ciò che la minaccia o la nega, la vera essenza di Trieste, come aveva già capito Slataper, è nel conflitto: è un destino determinato non solo dalla posizione geografica e dalla varietà etnica, ma dalla natura stessa del paesaggio, dove si incontrano e si scontrano gli elementi primordiali, compreso il fuoco, forza polisemica e immateriale, che si esprime nell’inquieto vitalismo dei triestini e tende a quell’unità degli opposti e della materia, a cui anche gli scrittori vogliono approdare. La letteratura diventa così una pratica alchemica, si confronta con il buio della materia, sperimenta la sofferenza della ricomposizione e della trasfigurazione, prefigura l’altrove.


Questo altrove somiglia alla fonte Castalia evocata nell’ultima raccolta poetica di Chiara Galassi (Besa, 2014) e, nello stesso tempo, alla comunità “arcobalenica”, ibrida e composita, di cui parla Riccardo Redivo nel recente Mismas (Sensibili alle foglie, 2020), dove vengono esaltate le differenze individuali e il non appartenere a nulla e nessuno, la marginalità, sono una forma di salvezza: in entrambi i casi, si tratta di un altrove che, paradossalmente, esiste solo per sottrazione e non è rintracciabile in nessun luogo preciso né potrà mai risolversi in una completa identificazione, perché la sua identità più autentica è l’estraneità, la diversità.


Per capire la “città degli elementi”, incandescente come la vita e terreno di scontro delle sue opposte tensioni, è necessario quindi prenderne le distanze, bruciare, elevarsi, come fa Saba salendo verso Montebello e ritirandosi nel suo “cantuccio”; bisogna partire dai luoghi per raggiungere, attraverso un processo quasi esoterico, quella dimensione extraterritoriale e immateriale che è anche il cuore della materia. —

 

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