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Dalla pandemia al negazionismo: dov’è finito il pensiero critico

È paradossale che, dopo un anno di drammatiche esperienze planetarie, ancora si creda che la mascherina sia soltanto una tutela personale e non comunitaria, per cui ciascuno potrebbe decidere a piacimento quando e se usarla.

TRIESTE Un adagio qui da noi molto conosciuto dice: «Se ci si siede sulle spine, senza volerlo ci si punge» (in triestino: Se se se senta sui spini, se se sponzi senza saver). È il caso di ricordare questa sapienza popolare che si può tradurre in molti modi, per esempio come avvertimento di non farsi del male senza neppure accorgersi che ce lo stiamo procurando da soli.

Questo avvertimento, curvato sulla realtà della pandemia, abbraccia una quantità di gesti che sembrano ormai diventati abituali: dall’ininterrotto lamento contro tutto e tutti all’insofferenza per le cautele che ci vengono quotidianamente raccomandate. Così, appena ci è possibile, infrangiamo le regole, non ne vogliamo più sapere di zone rosse o arancioni. Appena riusciamo facciamo gruppo e feste, guardiamo con sospetto perfino le vaccinazioni, siamo inclini a condannare ogni intromissione istituzionale nel momento stesso in cui ne stigmatizziamo le lentezze.


Sedersi masochisticamente sulle spine corrisponde alle difese con cui crediamo di tutelare la nostra libertà personale, proprio mentre ce la mettiamo sotto i piedi. Quegli stessi intellettuali che hanno gridato al “complotto” fin dall’inizio appoggiano, magari senza saver, un atteggiamento che si avvicina a quello dei no-vax, rivelando anche un certo sadismo, poiché nell’attuale situazione le prese di posizione individuali non risultano soltanto egoistiche, ma sono sempre rischiose nei confronti degli altri.

È paradossale che, dopo un anno di drammatiche esperienze planetarie, ancora si creda che la mascherina sia soltanto una tutela personale e non comunitaria, per cui ciascuno potrebbe decidere a piacimento quando e se usarla.

Il negazionismo, piccolo o grande che sia, anche quando sembra esprimersi in una banale esitazione («Cominciate voi a vaccinarvi, poi vedrò se accodarmi»), non è la messa in pratica di un pensiero critico. I continui “no”, a voce alta o solo sussurrati, non sono la prova di una consapevolezza responsabile e si rivelano quasi sempre l’esatto contrario, ovvero un esplicito rifiuto, una maniera di chiudere gli occhi davanti allo spessore dei fatti e alle loro conseguenze. È opportuno dire con chiarezza che il pensiero critico, quello di cui avremmo così bisogno adesso, non si identifica con nessuna negazione. Anzi, “negare” corrisponde a un chiamarsi elitariamente fuori dalla mischia.

Il lettore di queste righe potrebbe però chiedersi: ma allora il pensiero critico è un dire di sì, un allinearsi, uno stare in silenzio accettando tutto quello che ci viene propinato senza lamentarsi? Eccoci di nuovo di fronte allo spettro di quel pensiero binario che attraversa la società di oggi da cima a fondo, dai comportamenti minimali e quotidiani alle prese di posizione di ordine generale, senza alcuna linea di fuga. Ed ecco perché il pensiero critico è sempre di più rara avis e a volte sembra proprio messo da parte come qualcosa di inutilizzabile.

Il fatto è che essere ottimisti è faticoso, mentre il pessimismo viene facile. Il pensiero critico dovrebbe stare a metà, senza cadere né da una parte né dall’altra, ma questo equilibrio, già difficile di per sé, nella situazione attuale è ancora più complicato perché tende a prevalere, sempre e dovunque, il pensiero binario, quello che ci dice che devi scegliere, o pessimista o ottimista. Nessuna dialettica viene più praticata normalmente tra l’una e l’altra scelta, mentre sarebbe opportuno essere proiettati verso il meglio senza cancellare le ombre del peggio.

Da entrambe le parti agisce un’idea intransigente di verità che non lascia spazio al dubbio. Se dubiti di qualcosa vieni subito guardato male, come se fossi un avversario, qualcuno che vuole avvelenare l’acqua del pozzo da cui beviamo. È uno scenario rovesciato rispetto alla scena del pensiero critico: senza la pratica continua del dubbio, il pensiero critico non ha ragione d’essere, impallidisce, si estingue.

Già, dove è finito il pensiero critico nell’epoca dei social, delle comunicazioni rapide che non lasciano tempo alla riflessione? Quali sono gli ingredienti del pacchetto culturale che ci portiamo appresso automaticamente, senza neppure saperlo? Così – per tornare alla metafora da cui sono partito – ci sediamo sulle spine, ci camminiamo sopra, dentro, senza equipaggiarci con gli strumenti adatti per saperci davvero difendere.

La fase drammatica che stiamo attraversando, che ogni giorno ci assilla, di cui contiamo allibiti le vittime, come se fossero un tappeto di uccelli abbattuti dal fracasso dei botti, chiederebbe invece il rilancio delle coscienze di ciascuno di noi. –

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