I comuni del Litorale al lavoro per il rilancio turistico dell’area

Piazza Tartini a Pirano, uno dei quattro Comuni del Litorale sloveno. Foto da portoroz.si

Il sindaco di Capodistria: un team porterà avanti i piani inclusi nella candidatura a Capitale della cultura 2025. Ma resta da definire la sinergia tra amministrazioni

ZAGABRIA Ripartire dopo la sconfitta. È questa la parola d’ordine che circola sulla costa slovena dopo il fallimento della candidatura di Pirano e degli altri tre comuni del litorale (Capodistria, Isola, Ancarano) a Capitale europea della cultura 2025. La vittoria di Gorizia/Nova Gorica, annunciata qualche settimana fa, ha evidenziato le criticità e le debolezze del progetto piranese, ma non ha fatto desistere i suoi promotori dalla necessità di trovare una strategia comune per il rilancio culturale e turistico dell’area. «Il lavoro fatto dai quattro comuni non sarà buttato via, anzi: verrà portato avanti da un gruppo di lavoro che costituiremo a breve», assicura il sindaco di Capodistria Aleš Bržan. Il prossimo 13 gennaio, infatti, è in programma al Palazzo Pretorio di Capodistria una riunione di tutto il personale che negli ultimi due anni ha lavorato alla stesura della candidatura comune: in quella sede saranno gettate le basi della ripartenza e verrà definito un “modus operandi”.

Al momento ciascun Comune sta individuando un progetto principale che intende portare avanti sul proprio territorio. A Capodistria, ad esempio, il sindaco assicura che la trasformazione dell’ex magazzino del sale, Libertas, in un centro per l’industria creativa si farà comunque. «Abbiamo già messo in bilancio 90mila euro da spendere quest’anno, mentre in futuro bisognerà cercare finanziamenti per almeno 1 milione di euro per completare la ristrutturazione», spiega Bržan.


A Pirano, intanto, la vicesindaca Manuela Rojec menziona la riqualificazione di un altro magazzino del sale, il Monfort di Portorose, che diventerà uno spazio culturale. Fra le intenzioni c’era anche quella di acquistare Palazzo Trevisini, ma, in assenza del budget che si sperava arrivasse con la nomina a Capitale della cultura europea, si procederà solo all’acquisto di una parte di palazzo Apollonio non ancora pubblica, spazio che sarà destinato a diventare un hub - un centro di attrazione - attorno alla figura del compositore settecentesco Giuseppe Tartini. «Il sale, Tartini e l’architettura veneziana sono la base della nostra identità culturale», spiega Rojec, secondo la quale Pirano continuerà a lavorare sul “brand Tartini” seguendo l’esempio di quanto fatto a Salisburgo con Mozart. Un centro culturale - nel progetto di candidatura - era previsto anche a Isola, mentre ad Ancarano si immaginava di costruire uno stage dedicato al mare.

Resta ora da vedere cosa ne sarà di questi progetti, ma soprattutto - e questo è forse il punto più delicato - in che modo i quattro comuni continueranno a lavorare assieme. Alla vigilia della consegna della candidatura, infatti, era stato proprio il “no” del consiglio comunale di Pirano alla strategia culturale regionale ad azzoppare tutto il progetto. Alla base di quel rifiuto, c’erano sia delle ragioni di politica locale sia una lettera aperta, firmata dai direttori delle istituzioni culturali pubbliche dell’area, che avevano criticato la strategia.

«La candidatura è stata una palestra per la collaborazione tra comuni, ora si tratta di andare avanti continuando a fare sistema, anche se in una dimensione locale e non più europea», spiega Martina Gamboz, la responsabile della candidatura. La sincronia tra le quattro città del litorale e la loro capacità di immaginare una strategia regionale a lungo termine hanno rappresentato il punto debole della candidatura, malgrado un programma culturale solido, con oltre 500 partner e il coinvolgimento attivo dei comuni di Trieste e Venezia nonché di oltre 50 realtà dell’Istria croata. Ora, continuare a fare squadra «non sarà facile», avverte Gamboz: «La verità è che la lettera dei direttori degli enti pubblici culturali, che ha affossato la nostra candidatura, dimostra come ci sia uno scontro generazionale tra due modi diversi di vedere e fare cultura. Se vogliamo uscire dalla frammentazione e scegliere un approccio più europeo, bisognerà affrontare quel problema», conclude Gamboz. —


 

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