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Trieste, i cinesi a Comune e Questura: «Via i poster razzisti di Giulio»

L’Associazione della comunità triestina scrive alle istituzioni: «Manifesti offensivi da togliere» Interrogazione del Pd in Consiglio. Ma l’assessore forzista De Santis: «Non violano le regole» 

TRIESTE «Vogliamo scuse pubbliche da chi ha affisso i manifesti che abbinano l’inviolabile dragone cinese al Covid, e ci riserviamo di agire legalmente». Il segretario dell’Associazione cinese di Trieste Qian Zhang chiede delle scuse per i manifesti a firma “Giulio” comparsi come ogni anno in città sotto le feste. Quest’anno, però, le vignette prendono di mira proprio la Cina, associandola alla pandemia, e la rappresentativa associazione cinese ha inviato una lettera a Comune e Questura chiedendo di rimuoverli in quanto potenziale «incitazione all’odio razziale». Da palazzo Cheba risponde l’assessore Francesca De Santis, per cui «quei manifesti non violano alcun regolamento, quindi sono legittimi».

Il tema che sta scaldando il web ormai da qualche giorno arriva in Municipio. Al centro del contendere i consueti manifesti di Natale che - è un segreto di Pulcinella - l’ex senatore forzista Giulio Camber fa appendere ogni anno in città sotto le feste. Quest’anno la vignetta rappresenta un dragone con i motivi della bandiera cinese sulla livrea e un albero di Natale fra le fauci, mentre fronteggia un’anziana triestina che difende i festeggiamenti del nipotino. La slogan che accompagna l’immagine è «Covid da Wuhan a Trieste».


La lettera che l’Associazione cinese ha inviato a Comune e Questura è chiara: «Il contenuto del manifesto ha recato e reca forte danno all’immagine della comunità cinese di Trieste, una comunità che nel pieno lockdown di marzo ha aiutato gli enti pubblici e privati donando una grande quantità di dispositivi di protezione individuali». La comunità chiede la rimozione dei manifesti per due ragioni principali: «La prima è che non è ancora scientificamente dimostrato che il Covid sia iniziato proprio da Wuhan. Inoltre l’immagine del drago e lo stemma della Repubblica popolare cinese sono sacri e inviolabili per il popolo cinese. Utilizzare questi in relazione al coronavirus è alquanto offensivo nei nostri confronti». Alla luce di questi fatti, conclude la lettera, «il messaggio dei manifesti può essere considerato una incitazione all’odio razziale». La lettera è stata inviata alla Vigilia di Natale, spiega il segretario Zhang, ma non ha ancora ricevuto risposta. Aggiunge ancora il segretario: «Per noi quei manifesti sono offensivi, anche perché abbiamo vissuto la pandemia assieme ai triestini, cercando di fare la nostra parte. Ora vogliamo delle scuse pubbliche da parte di chi li ha commissionati, e ci riserviamo di ricorrere alle vie legali».

In rete il dibattito non è mancato, e la questione arriverà oggi in Consiglio comunale con una domanda di attualità della consigliera del Pd Laura Famulari, che si chiede come Esatto abbia dato la concessione «e se l’amministrazione intende prendere posizione nei confronti di tale tipologia di messaggio, offensivo di un’intera comunità che convive pacificamente e fa parte integrante della nostra città».

L’assessore competente è la titolare della delega alle Partecipate, visto che a occuparsi delle affissioni è la società controllata Esatto. Risponderà quindi oggi in aula l’esponente forzista della giunta De Santis, che pone una questione di regolamenti: «Risponderò in aula alla questione, il succo è però che quei manifesti non vanno a ledere il regolamento sulle affissioni di Esatto. Nel testo si prevede la possibilità di rimuovere affissioni che risultino diffamatorie o offensive per l’opinione pubblica». Per l’assessore “Giulio” non avrebbe travalicato tali confini: «Non c’è nulla di offensivo in quei manifesti, il tono è sarcastico e scherzoso, e che il Covid sia nato a Wuhan è un fatto». Sulla questione interviene a margine anche il vicesindaco leghista Paolo Polidori, che evita la polemica con gli alleati ma dice: «Non entro nella questione specifica, ma plaudo allo storico ingresso della comunità cinese nel dibattito pubblico triestino. Bravi, questa si chiama integrazione».—



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