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Esecuzioni, mazzette e pestaggi. Ecco chi sono gli aguzzini di Regeni

Nelle stanze dei commissariati come nei tribunali il regime egiziano non lascia scampo

Francesca Paci
3 minuti di lettura
Giulio Regeni scomparve al Cairo il 25 gennaio del 2016 

ROMA «Qui a Washington ormai la diaspora egiziana contende il primato a quella iraniana». Mohammed ha trentun anni, ne aveva ventuno quando a piazza Tahrir credeva di spezzare le catene della Storia. Invece il regime ha spezzato lui e i giovani protagonisti della rivoluzione del 2011: chi celebrava la caduta di Mubarak ingrigisce davanti al pc, in carcere, in esilio. C’è chi resiste in casa o nelle retrovie, dove l’impegno è meno sospetto e la battaglia più aperta, ma la finestra politica è chiusa. L’Egitto che con i suoi figli ha divorato Giulio Regeni è oggi un regime autoritario puntellato dalla paranoia, la delazione, la violenza quotidiana di una polizia malpagata quanto arrogante che vessa i connazionali e si china alla catena di comando, la sicurezza nazionale, il ministero dell’interno, l’intelligence militare.

Ci sono 1058 Regeni egiziani morti in carcere da quando nel 2013 il presidente Abdel Fath al Sisi ha imposto il pugno di ferro. Ma non è il Cile di Pinochet, non è l’Argentina di Videla, il lugubre elenco dei desaparecidos egiziani non risponde a una logica criminale pianificata e non ci sono squadroni della morte a fare piazza pulita. C’è l’arbitrio, il caso, la prepotenza del penultimo sull’ultimo, basta che un poliziotto accampi una presunta luce di posizione rotta per intascare la mazzetta necessaria a campare con 400 euro al mese perché si spalanchi l’abisso kafkiano, il fermo, il pestaggio, le sevizie senza altro scopo che schiacciare chi è prono. Con il sospetto di una qualche trama sovversiva poi, tutto è lecito.

«I poliziotti stanno al gradino più basso del sistema, sono gli aguzzini del popolo contro cui cominciò la rivoluzione del 2011 nel nome del blogger Kalhed Said, ammazzato di botte ad Alessandria, sono disgraziati senza formazione che arrotondano prendendo il taxi senza pagare» racconta da Berlino l’ex attivista Ashraf. L’arbitrio si accanisce sui poveri, il 70% degli egiziani, quelli senza connessioni con le organizzazioni internazionali che soccombono nell’ombra, come i 5 innocenti freddati nel 2015 e spacciati per i seviziatori di Regeni. Nei confronti dei ceti più alti e alfabetizzati, da cui spesso provengono gli attivisti, umiliazione e torture si tingono di vendetta sociale ma l’epilogo è raramente la morte perché a un certo punto, anche dopo una lunga detenzione, interviene un generale “amico” a dire basta e si torna a casa, magari devastati come la paladina LGBT Sarah Hejazi che, esule in Canada dopo le ripetute violenze in cella, si è poi tolta la vita. Quando alla fine del 2012 fu ammanettata la femminista Mona Eltahawy abusarono di lei, le ruppero entrambe le braccia e, a resistenza umana allo stremo, un alto ufficiale chiese scusa per aver capito tardi si trattasse di una giovane “di buona famiglia”.

Sebbene gli egiziani ripetano che i cinque nomi indicati dalla Procura di Roma come gli esecutori di Giulio Regeni siano “signori nessuno” è in una stazione di polizia che lui ha cominciato a morire.

«Abitavo di fronte al commissariato di Maadi, ho dovuto cambiare casa per le grida che uscivano da lì, mese dopo mese, sempre peggio» chatta su Signal un informatico del Cairo. Il trattamento base, la routine. Poi, sopra, c’è il Mabahith Amn ad-Dawla, alias la State Security, i famigerati servizi segreti del ministero dell’interno di cui, cacciato Mubarak, i ragazzi di Tahrir ottennero lo scioglimento, salvo vederli rinati come al-Amn al-Watani, Homeland Security. Il secondo tentacolo dell’apparato di sicurezza è il General Intelligence Directorate, l’altro paio di mani per cui potrebbe essere passato Regeni, una sorta di Cia che si occupa di minacce terroristiche esterne ed è ai ferri corti con il regime per aver visto i suoi vertici sostituiti dagli uomini di al Sisi provenienti dal terzo ramo degli 007 egiziani, quello militare, l’Idarat al Mukhabarat al Harbiyya wa al Istitla, la testa.

«Mi hanno caricato in macchina, dicevano che se non avessi parlato avrebbero violentato mia madre e le mie sorelle»: il ragazzo, la cui storia risale ai mesi in cui veniva pedinato Regeni, dice che la prima scossa è la privazione della dignità, poi arrivano quelle elettriche. Un’altra blogger spiega che è tutto casuale: «Per tanto tempo ho ricevuto telefonate che mi avvertivano di non parlare con i media stranieri, tornavo a casa guardandomi alle spalle ma non sono venuti. Uno può scrivere contro il regime e non subire conseguenze e un altro può finire in cella per nulla, è il modo che hanno per tenerci sotto pressione».

L'ultimo anello della catena è la magistratura, quei giudici che mentre l’Italia tenta l’affondo su Regeni ci chiedono conto di 25 mila reperti trafugati con la complicità di due nostri connazionali. Chi sopravvive alle botte prima delle domande trova i giudici che, più potenti dei tempi di Mubarak, rinviano il giudizio di 45 giorni in 45 giorni, a oltranza, una regola ormai, come per Patrik Zaki, per tutti. «Ogni volta che torno al Cairo non so se sarò fermato all’aeroporto, se ripartirò» ammette Alfred, pendolare, ma sempre meno, con gli Emirati. Pensano lo stesso Mohammed, Ashraf. Deve averlo pensato anche Zaki e deve aver deciso che valeva la pena rischiare. Perché, comunque sia oggi l’Egitto, gli egiziani sono così. -

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