Corridoi umanitari per i profughi di guerra: storie di riscatto sbocciate a Trieste

La nostra città rientra tra le 80 realtà italiane coinvolte nel prezioso modello di accoglienza. Abbiamo raccolto alcune testimonianze di chi è riuscito a ricostruire una nuova vita lasciandosi i traumi alle spalle. Da Firas, ricercatore scappato da Aleppo e ora impegnato in un dottorato in Cardiologia molecolare a Cattinara, alla famiglia Farwe, fuggita da Latakia dopo la paura per un figlio - poi scappato con loro - preso in ostaggio. (Testi e interviste di Linda Caglioni. Speciale web a cura di Elisa Lenarduzzi)

TRIESTE Rendere più forte il principio dell’accoglienza, sfruttando canali legali e modellati sulle necessità di ogni singolo caso. È quanto ci si propone di fare con i Corridoi umanitari, progetti autofinanziati e realizzati dalla Comunità di Sant’Egidio, insieme alla Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, la Tavola Valdese e la Cei-Caritas. L’Italia è stato il primo Paese ad adottare in Europa il sistema.

E Trieste è tra le 80 città ad aver inaugurato questo modello di accoglienza, ormai più di tre anni fa: «La prima famiglia che abbiamo accolto nella primavera del 2017 viene dalla Siria – racconta Isabella D’Eliso, responsabile del dossier per la Comunità di Sant’Egidio qui a Trieste- . Uno dei maggiori vantaggi dei Corridoi umanitari è che, prima dell’arrivo di qualunque nucleo familiare dall’estero, viene portata avanti una preparazione che riguarda tutte le persone che avranno a che fare con l’integrazione. In questo modo c’è una predisposizione immediata a ricevere le famiglie, ad aiutarle a superare i traumi che si portano sulle spalle».

Il progetto e i numeri

I Corridoi umanitari si basano sull’articolo 25 del Regolamento europeo (n. 810/2009 del 13 luglio 2009), che dà la possibilità agli Stati dell’Ue di emettere visti umanitari a territorialità limitata, validi per un solo paese.

Da quando il sistema è stato inaugurato cinque anni fa, in Europa sono stati accolti 2.760 rifugiati. Di questi, 2.239 sono arrivati in Italia, al primo posto tra i Paesi ospitanti. Subito dopo c’è la Francia (364), il Belgio (150), e infine l’Andorra (7). Il 90% degli arrivi è costituito da nuclei familiari. I minori sono 689 e rappresentano il 39,6% di tutti i rifugiati arrivati attraverso i Corridoi umanitari.

Con le Chiese protestanti italiane, in accordo con i ministeri degli Esteri e col Viminale, nel 2015 la Comunità di Sant’Egidio ha firmato il protocollo per aprire i primi corridoi umanitari. 

Quando nel 2017 la città di Trieste ha aperto il primo Corridoio umanitario, l’Ateneo ha messo a disposizione della Comunità di Sant’Egidio un appartamento in via Crispi, per favorire la sistemazione della famiglia di rifugiati arrivati solo qualche mese prima. Si trattava dei componenti della famiglia Farwe, che rientrano tra i mille siriani giunti in tutta Italia attraverso la sigla del primo protocollo. 

La famiglia Farwe

A Trieste, grazie ai Corridoi umanitari, si è preparato un terreno adeguato per l’arrivo di un giovane non ancora ventenne, George, i suoi genitori Jehad e Joumana e suo zio Adham. Scappati dalla loro città Latakia per raggiungere i campi profughi del Libano dove sono rimasti per quattro mesi, George e la sua famiglia sono atterrati all’aeroporto di Fiumicino il 27 aprile del 2017. In quel giorno hanno messo fine a un viaggio sicuro e legale, affrontato al riparo dal così frequente rischio di finire nelle mani di trafficanti di uomini.

«C’è stato uno studio approfondito della loro storia. Ed è proprio questa conoscenza meticolosa a facilitare il lavoro di tutti i soggetti coinvolti. È fondamentale il fatto che arrivino e ci sia già una sistemazione per loro. Inoltre i volontari della Comunità sanno già come saranno suddivisi i compiti, chi si occuperà delle prime necessità, chi dovrà affrontare problemi di salute nel caso ci siano, chi della questione della lingua italiana».



Lo status di profughi di guerra che caratterizza George e i suoi parenti è ciò che li ha resi “idonei” ad accedere al programma, che viene appunto riservato a persone che si trovano in “condizioni di vulnerabilità” (si fa riferimento, per esempio, oltre che a vittime di persecuzioni, torture e violenze, anche famiglie con bambini, anziani, malati, persone con disabilità). L’individuazione dei nuclei che necessitano con più urgenza di aiuto avviene attraverso contatti diretti nei paesi interessati tra le associazioni e attori locali, come Ong, organismi internazionali o chiese, che stendono una lista di potenziali beneficiari. Ogni segnalazione viene verificata prima dai principali responsabili delle associazioni e poi dalle autorità.

Un punto di partenza

Ma l’arrivo in Italia non rappresenta la fine del percorso. È, piuttosto, il punto di partenza di un altro lungo viaggio sociale. «Un aspetto che è importante sottolineare qui a Trieste è che chi è arrivato attraverso questo canale viene poi stimolato a mantenere un rapporto di solidarietà reciproca – continua D’Eliso -. La famiglia ha cominciato a fare volontariato, ad aiutare malati o anziani con il trasporto della spesa. Adesso che tutti i componenti se la cavano meglio con l’italiano danno una mano al centro di solidarietà, il ragazzo collabora col doposcuola. Sono tutte fasi che rientro in un più ampio processo di integrazione». L’accoglienza in questo modo non è un processo a tempo determinato, che si esaurisce a pochi mesi dall’arrivo della famiglia nella città ospitante. Ma prende la forma di un cammino strutturato, in cui la famiglia non viene mai lasciata sola nell’affrontare i dilemmi e le complessità rappresentate da un posto nuovo. 

Il sogno di Firas e Nour 

Nella vita di tutti i giorni Firas è un ricercatore, lavora all’ospedale di Cattinara, dove sta completando il suo dottorato in Cardiologia molecolare. Ha 31 anni. «Ad Aleppo ero assistente universitario nel dipartimento di Biotecnologia, l’ho fatto per quasi 4 anni, l’obiettivo era diventare uno scienziato a tutti gli effetti. Aggiungere qualcosa al mondo della ricerca era da sempre il mio sogno». Ma, a partire dal marzo del 2011, dopo le manifestazioni di piazza contro il regime di Assad seguirono disordini che trascinarono il Paese in un conflitto dai contorni ambigui, in cui elementi di scontri civili e guerra per procura si avviluppavano, rendendo tutta la Siria sempre più instabile. E invivibile. «L’unica strada era cercare di ottenere una borsa di studio all’estero». È per questo che ha inoltrato la richiesta per svolgere il dottorato all’Icgeb. E nel 2017, con un permesso di studio è riuscito a lasciare Aleppo per Trieste.

Adesso sua moglie Nour, di cui si è innamorato proprio tra le aule dell’Università di Aleppo, sta svolgendo a sua volta un dottorato al Burlo Garofalo, in Riproduzione e sviluppo. Mentre Joud, la piccola venuta al mondo scansando le bombe, ha quasi cinque anni e frequenta l’asilo a Trieste. In casa Kharrat è per tutti l’insegnante di italiano. Forse in futuro sarà lei a tramandare alla piccola Luna un frammento della storia che ha nel sangue e di cui ancora non sa nulla. 

La nuova vita di Parvez e Nar

Al centro del loro tavolo in salotto, un vassoio pieno di dolci sembra già essere bandolo della matassa narrativa. Perché si tratta di ricette che vengono dal Pakistan, la terra che i padroni di questa casa triestina si portano nelle vene. E il luogo che hanno dovuto lasciarsi alle spalle, ormai due anni fa. «Nel nostro Paese d’origine è scontato essere perseguitati se si appartiene a una minoranza religiosa. Siamo cattolici, rappresentiamo una percentuale molto bassa in Pakistan, neanche il 2%. E infatti per noi la vita non è mai stata semplice», spiega Parvez, 49 anni, attorniato dalla moglie, Naz, e dai tre figli, Jeremiah, Jonathan e Josiah.

«A volte era difficile tornare perfino a casa, tanti erano i rischi per strada. Ci è successo di veder la gente uccisa a colpi di pistola davanti ai nostri occhi. Non sono cose che si dimenticano». Tutti insieme, loro cinque, nel 2018 hanno detto addio alla loro casa a Karachi, città distesa sul mar Arabico, tra le più popolose del Paese. Per cominciare una fuga in cui la chiave di volta è un permesso di soggiorno rilasciato per ragioni di lavoro, grazie a cui sono arrivati prima a Malta, dove Naz ha lavorato come assistente domestica, e solo dopo a Trieste. «Una volta qui abbiamo chiesto protezione all’Ics. A quel punto ci è stata data la possibilità di fare corsi di italiano».

A due anni di distanza, è proprio la lingua a rappresentare lo scoglio oltre il quale sembra impossibile arrivare, ma più sul fronte professionale che su quello delle amicizie. 

«Il primo anno è stato durissimo – racconta Naz, appassionata cuoca anche per lavoro, benché in modo precario e discontinuo -. Eravamo preoccupati per i nostri figli, per come si sarebbero sentiti da stranieri in una scuola sconosciuta. Ma le cose sono andate sempre meglio. E anche se ci avevano messo in guardia su possibili episodi di intolleranza, ci siamo sentiti subito accolti. I vicini di casa, italiani, a volte dividono il cibo con noi. E offrirci le pietanze ormai è diventata un’abitudine». —