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La “libertà privata” da difendere. Ma quale?

È una curiosa libertà, alla quale sembra che teniamo tanto, sulla quale non vogliamo che si posino gli occhi degli estranei e della quale preferiamo comunicare poco o nulla agli altri. La chiamo “curiosa” perché faccio una certa fatica a vederne con chiarezza ciò che la lega strettamente alla democrazia. Difendiamo la nostra privacy, benissimo, ma cerchiamo almeno di comprendere che cosa sia di preciso quello che difendiamo.

TRIESTE Siamo tutti d’accordo sul fatto che il potere istituzionale non possa dettare i suoi precetti alla vita privata. È un punto fermo della democrazia, da molto tempo acquisito, sancito anche dalla nostra Costituzione. Insomma, lo Stato non ha il diritto di entrare a casa nostra. Ne stiamo parlando sotto Natale preoccupati per le abituali riunioni famigliari, in presenza di una condizione di pandemia che va assolutamente arginata attraverso adeguati comportamenti quotidiani. Non c’è da scherzare davanti alla curva dell’infezione, soprattutto di fronte al numero dei decessi. In attesa che arrivi il vaccino (ma poi anche dopo) la responsabilità di ciascuno di noi dovrà restare alta, le precauzioni non possono rilassarsi: ogni “assembramento” va evitato se vogliamo uscire dalle angustie provocate dal virus.

Nella dimensione pubblica agiscono, con relative sanzioni, dispositivi di protezione gestiti dal governo centrale e dalle Regioni: rosse, arancioni, gialle, ormai tutti conosciamo la lingua di questo cromatismo che regola la socialità. E nella dimensione del privato? Qui i cittadini, ciascuno di noi, sono gli unici decisori con un sovraccarico personale di responsabilità: governo e governatori locali hanno solo la facoltà di fornire delle “raccomandazioni”, e tutti riconosciamo che questo limite sia un bene comune, una certificazione di libertà nella democrazia. Tutto tranquillo? Bisognerebbe chiudere gli occhi e tapparsi le orecchie per illudersi che la situazione della cosiddetta privacy produca un’effettiva idea di tranquillità.

La vita privata possiede ovviamente tante forme diverse, tuttavia possiamo averne un’idea d’insieme soltanto partendo da quello che stiamo vivendo in prima persona, da ciò che vediamo attorno a noi, dentro le case che frequentiamo. Ecco, allora cerchiamo di spiare che cosa accade dietro quelle porte che separano il “fuori” dal “dentro”. Ciascuno potrebbe fare una simile osservazione, comunicarla agli amici, costruire un minimo di sapere condiviso sul nostro “dentro”. Non è difficile prevedere quante esitazioni produrrebbe tale invito. La prima reazione sarebbe quella di proteggere il privato come se fosse un luogo intoccabile. Pare già di ascoltare il coro di lamentazioni, o solo di pacati rifiuti, che questa sollecitazione avrebbe come risposta. Non perché abbiamo pratiche quotidiane di cui vergognarci, magari anche, ma principalmente per il fatto che nessuno desidera “mettere in piazza” le proprie esperienze private. Il detto “vizi privati e pubbliche virtù” può oggi sollecitare qualche sorriso, soprattutto poiché si tratta di una descrizione fallace: in realtà, ci spacciamo per virtuosi pubblicamente (spesso con scarsi effetti) e altrettanto spacciamo i vizi della nostra privacy per situazioni attraenti, ricche di fascino.

Andandole a verificare, le fascinazioni private sono pratiche di solito alquanto tristi e impresentabili. Mi chiedo se non sia proprio questo aspetto di impresentabilità (del tipo: «se suonano alla porta non vado ad aprire in mutande»), o di mancanza di decenza, che ci rende così avari nel mostrare i tratti banali della nostra vita quotidiana. Non c’è bisogno di avere da nascondere chissà quale vizio o anomalia rispetto alla “normale” quotidianità per alimentare il desiderio di non offrirci alla vista di un altro. Non c’è bisogno che lì dentro accada il peggio (per esempio, liti che degenerano pesantemente) per giustificare questa costante autodifesa della privacy. Psicologi e sociologi avranno il loro daffare per descrivere e spiegare quanto e come i confinamenti domestici imposti dalla pandemia abbiano ulteriormente irrigidito o comunque modificato tale chiusura del privato su sé stesso.

Qui, volevo limitarmi a osservare, assieme al lettore, alcune caratteristiche della tanto rivendicata “libertà privata”. È una curiosa libertà, alla quale sembra che teniamo tanto, sulla quale non vogliamo che si posino gli occhi degli estranei e della quale preferiamo comunicare poco o nulla agli altri. La chiamo “curiosa” perché non ne emana sempre un senso di effettiva libertà, anzi, e perché faccio una certa fatica a vederne con chiarezza ciò che la lega strettamente alla democrazia. Difendiamo la nostra privacy, benissimo, ma cerchiamo almeno di comprendere che cosa sia di preciso quello che difendiamo. –

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