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Il primario triestino: «Contro il virus il cortisone è l’arma più efficace»

Il primario di Pneumologia Marco Confalonieri

Lo sostiene Marco Confalonieri, primario di pneumologia e docente UniTs: «Usiamo anche la ventilazione non invasiva»



La certezza è che rispetto alla prima ondata stiamo curando meglio i pazienti, la speranza che si riesca ad agire in ottica preventiva non solo attraverso il vaccino. Per i tempi record di realizzazione infatti il vaccino anti-Covid rappresenta una tra le imprese più eccezionali dell’umanità, comparabile allo sbarco sulla Luna, ma non darà benefici immediati.


«Per eliminare il vaiolo ci sono voluti decenni di vaccinazioni: anche questo coronavirus non sarà facile da eliminare nell’immediato», dice Marco Confalonieri, direttore della struttura complessa di pneumologia dell’Asugi e docente all’Università di Trieste. Il protocollo a base di cortisone in modalità para-fisiologiche e ventilazione non invasiva messo a punto con la sua équipe di Cattinara è tra le migliori armi a disposizione per fronteggiare questa seconda ondata di Covid-19.

E a breve partirà una sperimentazione su un antiparassitario che potrebbe aiutare a limitare i contagi nei luoghi più sensibili, le case di riposo.

Professore Confalonieri, si curano meglio i pazienti in questa seconda ondata?

Sì, sappiamo di più e le persone muoiono di meno, nonostante qui sia più che raddoppiato il numero di polmoniti gravi rispetto alla prima ondata. In un mese e mezzo i ricoveri in Intensiva pneumologia sono stati 138, i decessi solo 8.

Cosa sappiamo di più?

Le indicazioni dell’Oms per i malati sono cambiate molto: all’inizio si è puntato sugli antivirali, ora si è visto che i cortisonici sono l’unico farmaco che riduce fortemente la mortalità nei casi gravi. E anche sulla ventilazione ci si è convertiti a un’intubazione più selettiva. E’ quello che a Trieste facciamo da marzo scorso.

Cortisone e ventilazione non invasiva, è questo il protocollo Trieste?

Il cortisone è un farmaco fuori brevetto, costa poco, si può usare in molti modi. E’ un ormone che il nostro organismo produce naturalmente nelle situazioni di stress e noi lo usiamo simulandone l’andamento fisiologico che la malattia blocca: per contrastare l’infiammazione interveniamo con dosaggi bassi e prolungati nel tempo, regolati in base alla risposta del malato. Questo schema ha cambiato la vita in 51 ospedali italiani: la mortalità si è ridotta del 71%, come afferma pure il prof. Ramuzzi, direttore dell’Istituto Mario Negri. Anche in Gran Bretagna 176 ospedali hanno confermato l’utilità del cortisonico.

E la ventilazione non invasiva?

Il vero problema di questo tipo di ventilazione, preferibile per il paziente per il minor tempo di degenza e minor rischio di complicanze, è che non essendo il casco o la maschera sistemi chiusi c’è dispersione del virus nell’aria. Perciò una ventilazione più gentile per il paziente si può attuare solo in ambienti a pressione negativa, che consentono di abbattere drasticamente la quantità di particelle virali espulse, ed è ciò che abbiamo nella Intensiva pneumologia di Cattinara.

State sperimentando anche farmaci in ottica preventiva?

Sì, c’è chi ha puntato sul vaccino e chi sui migliori farmaci già a disposizione, che per realizzarne di nuovi ci vogliono anni.

L’ivermectina è un antiparassitario che ha fatto vincere il Nobel a William Campbell, che lo scoprì. Serve per la cura di malattie tropicali, è ben tollerato e dà pochi effetti collaterali: con un gruppo internazionale abbiamo riscontrato che nei luoghi dove si utilizza, alcune aree dell’Africa e dell’America Latina, non ci sono casi di Covid-19. In vitro la crescita del virus è contrastata dall’ivermectina.

Ora la vorremmo testare nelle case di riposo, fra gli operatori e gli ospiti, su base volontaria. Potrebbe essere uno strumento prezioso per fermare la diffusione del virus in ambienti particolarmente sensibili. Perché l’arma migliore sarà il vaccino, ma diverse decenni di vaccinazioni per eliminare il vaiolo ci dimostrano che l’effetto non sarà immediato. —





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