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Imparare a convivere con il “nemico invisibile”

L’espressione che viene usata spesso per indicare il virus, che continua a occupare le nostre teste e a insinuarsi nei nostri corpi, è “nemico invisibile”. Un’attribuzione che risale alle antiche pestilenze e che continuamente viene ripetuta. Colpisce ancora emotivamente, ci dà un’immagine intensa, ma risulta anche non poco fuorviante.

Non c’è dubbio che il virus non si comporta da “amico” e sicuramente non sta sotto i nostri occhi, nonostante siano circolate raffigurazioni grafiche che tutti abbiamo visto. Cominciamo con la sua “invisibilità”, che è appunto ciò che ci porta all’idea di “nemico” e alle sue conseguenze.


Se partiamo dal fatto che il coronavirus è essenzialmente qualcosa di invisibile e che tale comunque resta, tutte le manovre per farlo apparire visibile sono destinate al fallimento: rivelano lo scopo di illuderci attraverso placebo mentali e magari anche etici. Nessuno di noi sembra disponibile a credere che da un momento all’altro, grazie al lavoro dei ricercatori e alla diffusione mediatica dei loro risultati, possiamo tranquillizzarci dicendo a noi stessi «eccolo lì», l’abbiamo inquadrato.

In realtà – come è accaduto per ogni pestilenza della storia passata e recente – sembra che il sentire comune voglia adeguarci all’invisibilità del virus, quasi che quel tratto di misteriosa fatalità che lo accompagna non fosse solo un elemento che ci sfugge, ma anche qualcosa di imprescindibile che accettiamo come un fatto e che non possiamo davvero sgombrare dalla nostra testa.

Queste considerazioni ci portano a rinforzare l’idea che il virus sia “il nemico” più temibile per noi proprio in quanto elude la comune comprensione. La metafora del “nemico”, con la sua scia di scenari – la guerra, innanzi tutto, la “lotta”, la “battaglia” – invade così la nostra immaginazione e orienta i nostri gesti. Basterebbe invece una riflessione guidata dal buon senso per rendersi conto che il virus non è un avversario che scende in campo per sconfiggerci, per cui dovremmo cercare di essere più forti di lui e vincere la sfida.

Sarebbe necessario chiedersi se questa è proprio l’unica “narrazione” possibile: se, per far diventare il virus più “umano” e comunque più vicino a noi, abbiamo davvero bisogno di immaginare una guerra contro un nemico, che oltre tutto sappiamo essere invisibile. È una mossa – è la mossa che ciascuno di noi in qualche modo ripete come un automatismo – in cui si presenta, neppure nascosto, un aspetto decisamente autolesionistico.

Siamo davvero inclini a farci abbracciare dall’angoscia? Sembra di sì, perché il complesso del nemico invisibile ne possiede tutte le caratteristiche: angoscia di qualcosa che non afferriamo, che non è percepibile come un oggetto, che non ha oggettività (è invisibile). Resta il problema dei motivi per i quali siamo attratti da una simile condizione. Desideriamo, forse, star male?

Se ce ne rendiamo conto, cosa dovremmo fare per ribaltare la metafora del nemico e tentare invece di star bene? Non è facile, perché questa metafora arriva da molto lontano: sradicarla davvero vorrebbe dire mettere a soqquadro un intero trend culturale rivolto al nichilismo. Friedrich Nietzsche, a suo modo, l’aveva annunciato: non è un caso che pochi lo abbiano ascoltato (in proposito, sarebbe utile a tutti andare a leggere – oppure a rileggere – le pagine della Genealogia della morale).

Perché non confidare – comunque – che oggi si apra uno spiraglio per cambiare una secolare tendenza, ripartendo dal bisogno diffuso di responsabilità? Il che non vuol dire sentirsi responsabili del corovirus e nemmeno irresponsabili rispetto ai suoi effetti, ma starci dentro, riuscire a convivere con esso. Non è un nemico, non è neppure invisibile. Proviamo a immaginare, invece, che faccia parte del nostro vivere quotidiano e delle sue difficoltà.

Crederci solo vittime che reclamano una perduta volontà di potenza o una capacità di padroneggiare la natura, è un atteggiamento culturale che non ci porta da nessuna parte. Possiamo adottarne uno diverso, meno superomistico oppure semplicemente meno superbo? Possiamo o dobbiamo? Sembra una scelta, ma forse è l’unica strada per uscire dalla trappola che ci siamo fabbricati da soli. –

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