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Dalla clinica privata all’assistenza a casa: quando nella crisi il lavoro aumenta

Il sostegno alle persone fragili senza ricorrere alle strutture tradizionali e poi i tamponi: domanda e personale crescono

TRIESTE Un aumento del lavoro attorno al 20%. È il dato che accomuna alcune realtà economiche triestine. Imprese che, per le caratteristiche del proprio core business, hanno finito per ritrovarsi più ricche grazie al contesto emergenziale. «Lavoravamo già tanto anche prima della pandemia, il nostro trend è in crescita da tempo ormai – chiarisce subito Cristiano Gomiselli, presidente di PrivataAssistenza, un’azienda che offre assistenza domiciliare a malati e anziani –. Nel periodo del primo lockdown, tuttavia, la crescita del lavoro è stata maggiore. Nonostante il coronavirus». Nonostante o, sarebbe più corretto dire, proprio grazie al coronavirus?. «Va chiarita una cosa: la pandemia ha rischiato di rallentare il nostro ritmo, perché nelle prime settimane ci siamo trovati a gestire molte incognite sulle modalità di lavoro, sui rischi a cui c’era la possibilità di andare incontro. Dopo il periodo di assestamento iniziale e uno studio delle condizioni che ci avrebbero permesso di proseguire in sicurezza, però, le richieste che abbiamo ricevuto sono aumentate molto. Direi del 15-20%».

La ragione è elementare: nel quadro delineato dall’emergenza Covid, la casa ha finito per ergersi a unico luogo sicuro, contrapposto a un ambiente esterno pieno di trappole e insidie. Ed è sull’onda lunga di questa percezione che, per tanti anziani e soprattutto per i loro famigliari, è stato scontato chiedere aiuto a un’azienda che fornisse servizi a domicilio piuttosto che cercare riparo nelle strutture tradizionali. «Il timore maturato verso le case di cura ha spinto figli e nipoti ad affidare a noi i parenti di una certa età». Una tendenza che, col passare delle settimane e dei mesi, si è trasformata in regola. Fino a riflettersi sulle cifre dei bilanci di aziende come PrivataAssistenza. Ma anche sui numeri del personale assunto.


«Ora c’è una cinquantina di dipendenti rispetto ai 35 che si contavano alla fine del 2019. La gente assunta negli anni è sempre aumentata ma, di nuovo, l’incremento è stato più importante nei mesi in cui è iniziata l’emergenza. Ad avvantaggiarci, è anche il fatto che i nostri infermieri e i nostri Oss lavorano individualmente e sui singoli casi. Così si evita la formazione di focolai, contrariamente a quanto invece è successo nelle Rsa».

A segnalare un incremento dei contratti di lavoro firmati è anche la clinica privata Salus, una delle prime realtà che a Trieste ha avviato gli ingranaggi per effettuare i tamponi, quando ancora c’era poca dimestichezza con il bacino di concetti che la crisi ci ha costretto a fare nostro. «Il personale è aumentato sia nell’ambito del laboratorio di analisi, dove la mole di lavoro ha avuto un balzo del 20% circa, sia in quello amministrativo, dove è stato necessario avere più dipendenti per rafforzare il front office, scongiurando così il rischio di assembramenti», spiega Davide Gregori, direttore della Salus. Che, però, ci tiene a specificare un punto: «È vero, i nostri dipendenti sono passati da 300 a 330 in poco tempo. Ma non tutti i settori della nostra clinica sono stati avvantaggiati dalla situazione. Alcuni ne hanno risentito, come il reparto della riabilitazione o quello ambulatoriale».

Difficile, invece, frugare nei riflessi sul fatturato di un altro ambito: quello della consegna a domicilio, vera ancora di salvezza in periodo di coprifuoco. Ma le informazioni che non si possono avere dalle grandi aziende del settore come Just Eat poco propense a rispondere nell’immediato, si possono evincere dalle piccole realtà locali di Trieste, che hanno trovato nel servizio a domicilio la via per la salvezza: «Nei mesi di marzo, aprile e maggio abbiamo avuto un aumento del 20% delle consegne a casa – dice Barbara Orlando, dell’enoteca Bischoff –. La possibilità di consegnare a casa dei nostri clienti ha rappresentato per noi e per tanti altri commercianti l’unico modo per continuare a sopravvivere dignitosamente». —


 

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