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Poesie a ruota libera scritte dai bambini, così a scuola il Covid viene messo in “riga”

Tre maestre della D’Aosta hanno chiesto a una classe di descrivere il coronavirus seguendo nonsense e metrica del “Lonfo” di Maraini

TRIESTE. «Il lonfo non vaterca né gluisce e molto raramente barigatta, ma quando soffia il bego a bisce bisce sdilnca un poco, e gnagio s’archipatta». Chi non ricorda “Il lonfo” di Fosco Maraini? La più celebre poesia che il padre di Dacia inserì nella “Gnòsi delle fànfole”, datata 1978, una raccolta di brevi componimenti caratterizzati dall’uso di un linguaggio incomprensibile e unico basato sulla metasemantica, ovvero l’utilizzo di parole inesistenti, ma con un suono familiare.

Tre maestre della scuola primaria Duca D’Aosta dell’istituto comprensivo Bergamas di Trieste, Elena Menazzi, Marina Lanotte e Maddalena Iaschi, hanno pensato di proporre alla 5A un progetto davvero originale: partendo dalla tecnica usata da Maraini, hanno invitato gli alunni a creare dei componimenti prima con parole inventate e poi con termini reali ma sempre riproponendo la metrica del “Lonfo”. Il tema scelto è stato il coronavirus, di cui i bambini chiedono spesso di parlare.

«Hanno un mondo interiore molto ricco», osserva Elena Menazzi, insegnante di sostegno appassionata di teatro e principale ideatrice del progetto: «Un mondo che è stato messo a dura prova in questo periodo a causa della pandemia. Abbiamo voluto dare loro l’occasione di esprimere quanto hanno dentro, aprendo una porta sulla fantasia. Per questo abbiamo chiamato il progetto “I borbottii del nostro cuore”».


I risultati, soprattutto delle poesie con parole “reali”, sono stati, a dir poco, sorprendenti.

«Il virus non s’accontenta né ragiona, e molto raramente ti perdona», scrive Antonio. «Ma quando è debole lui inciampa e non si può difender», alleggerisce Jacon. «È molto brutto il virus! È pieno di tranelli, a volte brutti a volte belli», interviene Davide. «Se stai senza mascherina ti schiaffeggia e ti inganna, se non ti disinfetti ti sfida e gioca sporco», aggiunge Emma. «Eppure il virus non ha un’arma se non quella di isolarci e quasi quasi si vanta. Gli daresti un vaccino ma lui non ti ascolta», riprende Jacon. «Ti fa arrabbiare, ti provoca; e tu l’atterri», chiude Emma.

«Nel sentire le loro poesie ci siamo stupite», raccontano le maestre di classe Martina e Maddalena: «Abbiamo notato da subito una risposta molto positiva. Non solo hanno prodotto versi con quella facilità che spesso contraddistingue i bambini, rispettando le regole del testo. Ma hanno dimostrato anche di avere un quadro chiaro, praticamente scientifico, della situazione relativa all’emergenza Covid. E allo stesso tempo, in classe, riescono a esprimere una serenità nel rispettare le regole che può insegnare molto agli adulti. Giocano, ridono e sono felici di stare assieme».

Certo, il periodo della didattica a distanza non è stato per niente facile e nessuno può sapere quali saranno le conseguenze sul lungo periodo. Ma il fatto di potersi vedere, oggi, è per loro ancor più prezioso. «Insomma – continuano le insegnanti – i nostri alunni ci insegnano come si possa essere bravi e coscienziosi e vivere questo momento con serenità. Non possiamo parlare per tutti i bambini, naturalmente, per quelli più piccoli è indubbiamente più difficile. Ma dalla nostra classe emerge questo».

Uno degli aspetti di maggiore valore di questa iniziativa è che gli alunni possono esprimersi liberamente, senza ricevere un giudizio. «Perché quello che i bambini hanno dentro è sempre giusto», conclude la maestra Elena.


 

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