L’insicurezza che ci fa meditare

Siamo immersi nell’insicurezza. Ma questa situazione, che produce paure e ansie quotidiane, che ci mette di fronte a conseguenze drammatiche, è anche quella che ci spinge a riflettere su noi stessi e sul mondo che abbiamo attorno.

Ogni giorno veniamo a sapere di nuove iniziative culturali. Vuol dire che l’esigenza di pensare e confrontare – pure a distanza – i nostri pensieri si fa sentire un po’ ovunque. Un piccolo esempio: la “maratona filosofica” internazionale organizzata la settimana scorsa dalla Fondazione De Sanctis di Roma: aveva come titolo Pensare il presente, un titolo chiaro e quasi ovvio, che propongo qui di prendere alla rovescia, nel senso di “un presente che fa pensare”. A me pare questo il punto oggi importante.


Come stanno assieme insicurezza e pensiero? Non è solo questione di tempo disponibile per leggere, scrivere e comunicare, ovviamente per quanti di noi sono liberi di farlo e predisposti (molti di più di quanti sospettiamo, comunque), soprattutto è questione di come viviamo la nostra condizione di insicurezza. Riusciamo a viverla non solo come un evento esterno contro di noi (quel “nemico invisibile” che ogni pestilenza da secoli evoca), ma come un’esperienza che ci appartiene, anzi che rispecchia in maniera significativa il nostro essere al mondo?

Voglio dire che il desiderio e la capacità di pensare, che si stanno nei fatti producendo, non sono le reazioni di uno spettatore che si chiama fuori e da lì lancia uno sguardo sulle miserie della realtà di oggi (il “filosofo” nel senso più tradizionale), e neppure rappresentano soltanto un contraccolpo dell’angoscia che pure stiamo attualmente vivendo. Mi spingo oltre ipotizzando che nascano dalla consapevolezza che – per dir così – la barca è comune, di più che non è un’imbarcazione nella quale abbiamo dovuto entrare coattivamente poiché, invece, si tratterebbe di un rientro in noi stessi, di un riprendere contatto con lo stato (esistenziale?) che ci appartiene.

Arrivo anche a illudermi che l’attuale condizione ci inviti a oltrepassare la soglia di quell’“enigma della soggettività” che alcuni importanti pensatori del recente passato ci avevano indicato, non attraverso segnali metafisici ma attraverso segnali e gesti concretamente pratici.

Già, ma quale pensiero? Aggiungere l’aggettivo “critico” non basta, occorre entrare nel merito ed è questo – credo – il compito che dobbiamo assumerci di qui in avanti, sfrondando le nostre iniziative culturali da ogni frettolosità e da ogni ingombro ideologico. La fretta è ormai, purtroppo, un carattere proprio di ogni mediazione virtuale, sarà difficile scrollarcela di dosso nell’epoca della telecomunicazione. L’ideologia è come un riflusso gastrico che ci torna su di continuo, anche quando crediamo di averlo mandato giù.

Aver tempo per pensare è una condizione necessaria, ma non sufficiente. L’insicurezza di cui potremmo far tesoro deve tentare di sconfiggere il “mito” della sicurezza con cui ci siamo nutriti fino a oggi. Stiamo infatti scoprendo che la sicurezza come tale non esiste e che, proprio quando ci sentiamo al sicuro, non solo continuiamo a essere esposti, ma tendiamo ad attutire lo stesso sguardo critico (già di solito ridotto a poca cosa). Inoltre, siamo di solito propensi a sovrapporre la certezza alla sicurezza irrobustendo anche un altro “mito” molto diffuso e accomodante, quello appunto della certezza.

Se riuscissimo a far nostra, almeno in parte, la condizione di insicurezza dovremmo mettere in conto anche le nostre continue pretese di certezza (per esempio, nei riguardi della scienza) e confessare, a questo punto, che siamo diventati incapaci di trattare in modo ragionevole la parola “verità”, con la quale ci riempiamo di solito la bocca con scarsa o nessuna consapevolezza.

Rispetto a quel pensare di cui sto parlando (che è soprattutto un prendersi cura, un “pensarci su”), la scuola ha da essere uno dei principali referenti: il problema di come possono funzionare formazione e trasmissione del sapere nella situazione attuale è addirittura più urgente dell’“in presenza” e del “da remoto” di cui siamo sempre più preoccupati ogni giorno che passa. E, a proposito di iniziative culturali, riscontro con piacere che a Milano sta nascendo la piattaforma online Feltrinelli Education che si occuperà soprattutto di allestire lezioni di qualità, con molti protagonisti di spicco tra cui Umberto Galimberti e Massimo Recalcati.

La teledidattica non è qualcosa di già disciplinato, è piuttosto una pratica da inventare che esige, per non ridursi a noiosi automatismi, un pensiero critico che possa attraversarla e renderla viva. –

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