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Maurizio Gualdi: «Tosse forte, poi solo sirene. Il Covid mi ha ridotto così»

Maurizio Gualdi a Cattinara

Il presidente dello Sci club di Lucinico è da venti giorni a Cattinara: «Il mio corpo si è trasformato, stento a ingoiare e vedere. Ma qui tutti mi curano»

GORIZIA «Fuori da queste mura c’è ancora troppa gente che se ne frega o, peggio, non crede a quello che sta accadendo in questo momento della nostra vita. Hanno chiuso bar e ristoranti, ma non serve a nulla se le feste e le cene si fanno nelle case di amici o parenti e, magari, lasciando le mascherine sui sedili delle macchine». Il goriziano Maurizio Gualdi, 67 anni, presidente dello Sci club “Monte Calvario” di Lucinico, da 20 giorni è ricoverato in un reparto Covid a Trieste e dal sesto piano di Cattinara vuole lanciare un messaggio affinché tutti siano più responsabili, anche negli ambienti familiari. «Faccio questo per far capire agli scettici che la malattia esiste e che esistono tantissime persone che qualche volta sacrificano le loro vite per salvare le nostre», dice.



La sua storia inizia con una tosse fortissima il 6 novembre. Arrivano a casa i sanitari e lo portano in ospedale dove viene subito visitato e sottoposto a esami. Il primo responso conferma un inizio di broncopolmonite al polmone destro. Due ore dopo il verdetto: positivo al Covid-19. «Il mondo mi crolla addosso». Ma è solo l’inizio. Viene rivisitato. Altra ecografia, tante domande da parte della dottoressa e inizio di una terapia. Lunedì scoprono che i colpi di tosse hanno lesionato le pleure del polmone sinistro causando un enfisema sottocutaneo. Viene praticato un drenaggio per far defluire l’aria, ma in due giorni la situazione peggiora e tutta la parte superiore del corpo si gonfia. «Petto, spalle collo, faccia, occhi: tutto è trasformato, stento ad ingoiare e vedo poco perché le palpebre sono attaccate».

Dopo la tac lo trasferiscono a Trieste. «La sirena viene accesa a Gorizia e staccata sulla rampa del pronto soccorso. Mi sembra ancora di sentirne il suono e durante il trasporto, dopo aver avvisato moglie e figli della mia nuova destinazione, non nego di aver pianto e di essermi lasciato trasportare da mille pensieri. Uno su tutti era che tutte le televisioni ti fanno vedere le file di ambulanze in attesa all’ospedale. Non è così: entriamo subito e un dottore con un’equipe mi accoglie con voce rassicurante». Poi c’è la corsa al 13mo piano, «il piano della sofferenza, il piano della terapia intensiva dove senti e vedi la gente che soffre».



«Entro in una grande stanza tutta illuminata e piena di “marziani” ricoperti da tute bianche bordate di blu con visiere, mascherine e guanti. Attorno al mio letto subito uno staff di dottori e infermieri, ecografia, visita e tante domande. Ognuno ha un compito preciso. Si parlano, si consultano, si confrontano e mettono a disposizione la loro esperienza. Ogni volta che ti si avvicinano ti dicono quello che ti stanno facendo e te lo dicono come se tu fossi un loro congiunto: sono angeli bianchi».

«In questo reparto - prosegue - non esiste il pulsante rosso per chiedere aiuto, muovi una mano e sono sopra di te immediatamente e non ti fanno mai sentire solo o abbandonato. Non ci sono orari per raggi o ecografie, non si fermano mai ed è bello sentire con quanta pacatezza si parlino tra loro». Sono giovani che vengono da tutta Italia. Hanno risposto alla prima chiamata dell’emergenza. «Mi capita di pregare oltre che per la mia famiglia e per i miei amici, anche e soprattutto per questi angeli», ribadisce. Con il migliorare delle condizioni, Gualdi viene trasferito al sesto piano. «Qui se hai bisogno di aiuto esiste il pulsante rosso, ma la schiera degli angeli bianchi non si smentisce. Ti spiega tutto con parole semplici e umane e qualcuno riesco anche a chiamarlo per nome, perché c’è l’ha scritto sulla tuta».

Nel ricordare che i suoi angeli bianchi, nonostante abbiano come tutti paura, sono orgogliosi del loro lavoro, chiede per loro rispetto. Poi conclude: «Questa è una guerra ma non vediamo il nemico. Per vincere la battaglia dovremo usare soprattutto la nostra testa e sono sicuro che saremo in grado di poterlo fare per poi ripartire più forti e più saggi. Questa non è una bufala». —

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