Un giro illecito di oro dietro il delitto Carli. «E nella comunità serba molti sapevano»

In 69 pagine la Corte d’Assise d’Appello ricostruisce il traffico internazionale di preziosi che coinvolgeva diverse persone 

TRIESTE Aldo Carli, l’ex gioielliere di 75 anni ucciso nella sua villa di via del Refosco a Opicina la notte del 20 dicembre 2017, gestiva uno smercio di oro e preziosi che finiva all’estero, in mani criminali. Il traffico fruttava percentuali da migliaia di euro a ogni vendita ed era «noto alla comunità serba triestina». Lo scrivono i giudici della Corte d’Assise di Appello nelle motivazioni della sentenza di condanna a carico della quarantottenne serba Ljubica Kostic, la donna che aveva fatto da palo al commando responsabile del delitto. Kostic è l’unica componente della banda di quattro individui, un vero e proprio commando stando a quanto scoperto gli investigatori, arrestata, portata in cella e finita a giudizio.

Omicidio in villa durante una rapina a Trieste



La Corte, presieduta dal giudice Igor Maria Rifiorati (a latere il giudice Federico Montalto, Procura generale rappresentata da Federico Prato), aveva confermato per la donna la pena di 12 anni di reclusione formulata in primo grado.



Le indagini del pm Federico Frezza avevano accertato la presenza della quarantottenne nella spedizione a Opicina. Quella notte Kostic era rimasta in auto, mentre gli altri tre complici si erano introdotti nella villa dell’ex gioielliere, a cui avevano teso una trappola dopo aver organizzato un finto incontro a Villacco, si presume per una trattativa o la firma di carte necessarie ad accedere a conti correnti. Quel che è certo, invece, è che il commerciante era stato assalito mentre si stava accingendo a salire in auto per partire.

Erano entrati in tre, con Kostic fuori ad attendere: Olivera Petrovic, una prostituta che l’ex gioielliere conosceva da anni (per affari e prestazioni sessuali), ritenuta la mandante dell’omicidio e tutt’ora latitante. E poi gli altri due connazionali: Dusan Pejcic (mai trovato) e Milan Pesic (detenuto in Serbia per altra causa). Il gruppo era partito da Quarto d’Altino, proprio dove abitava Kostic, a bordo di una Punto. In macchina tenevano nastro adesivo e fascette di plastica, utilizzate per strangolare la vittima dopo averla picchiata e seviziata.



Il processo di primo grado aveva documentato il ruolo di fiancheggiatrice della Kostic, difesa in aula dall’avvocato Paolo Codiglia (che ha già proposto ricorso in Cassazione). La donna sapeva cosa andavano a fare quella notte i suoi amici serbi, come descritto nelle motivazioni della sentenza. Il documento è un’analisi fitta, lunga 69 pagine, che racconta con precisione il delitto ma anche gli antefatti: a iniziare dal fatto che il traffico clandestino di Carli era molto ramificato. Fruttava centinaia di migliaia di euro e coinvolgeva varie persone della comunità serba triestina: parenti della Petrovic, amici, conoscenti e altri individui. Gente che aveva bisogno di soldi, a cui il commerciante concedeva prestiti.

Altri rivendevano l’oro e mandavano denaro in altri paesi. Tutto questo si sapeva nella comunità, è evidenziato nella sentenza. Nell’indagine spuntano le identità di svariate donne serbe con cui la vittima aveva rapporti sessuali. Ma quella notte cosa volevano da Carli i criminali? Si presume una password o una chiave per accedere a un deposito. Ma probabilmente gli assassini erano andati anche a cercare i chili di oro che l’uomo nascondeva in casa. Che forse hanno trovato.



Kostic nel processo ha sostenuto che quella notte era in auto con gli altri serbi per un passaggio a Vienna e che ignorava le intenzioni omicide dei tre compagni. La donna è stata smentita: il tragitto verso Opicina (erano partiti da Quarto d’Altino) era decisamente fuori percorso rispetto alla direzione per Vienna. È inverosimile, inoltre, che sia stata tenuta all’oscuro di tutto: anche perché in cambio del suo silenzio aveva ricevuto dalla banda 3.500 euro in contanti.—


 

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