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Regeni, Procura pronta a chiedere il processo per i 5 agenti egiziani

La volontà di procedere anche se dal Cairo non arrivassero risposte: il 4 dicembre scadono i termini

TRIESTE C’è un termine temporale preciso che si avvicina - e un passo altrettanto netto a essa collegato - dietro la telefonata che il premier Giuseppe Conte ha fatto l’altra mattina al presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi, comunicandogli che sul caso Regeni non c’è più tempo. Il termine è quello del 4 dicembre, giorno in cui scadranno i due anni dall’iscrizione nel registro degli indagati di cinque agenti della National Security egiziana (il servizio segreto civile egiziano) che la Procura di Roma, con il pm Sergio Colaiocco, ritiene direttamente coinvolti nel sequestro, nelle torture e nell’omicidio del ricercatore di Fiumicello. Il passo è quello che il pm si appresta a compiere entro la scadenza: depositare gli atti delle indagini preliminari e chiedere il processo per i cinque agenti. Processo «che si celebrerà in ogni caso», qualunque sia la prossima mossa del Cairo.



A delineare in questi termini gli ultimi sviluppi sull’omicidio Regeni è stato ieri il quotidiano La Repubblica, che ha dato conto della telefonata Conte-al Sisi sottolineandone appunto la valenza del messaggio lanciato da Roma al Cairo: «Non c’è più tempo», dopo ormai quasi cinque anni in cui l’Egitto ha clamorosamente depistato le indagini da una parte salvo dall’altra promettere, a partire dallo stesso al Sisi in giù, totale collaborazione sull’inchiesta, sin da quel 3 febbraio del 2016 in cui il cadavere di Regeni, martoriato da giorni di torture, fu ritrovato ai lati di una strada. Ancora ieri sera, il portavoce della presidenza egiziana ambasciatore Bassam Radi ha detto all’agenzia Ansa che al-Sisi ha già impartito istruzioni «alle autorità egiziane di cooperare pienamente con le controparti italiane nelle indagini e di cercare di giungere alla verità», sottolineando che «nella storia» della magistratura egiziana «non era mai accaduto prima che ci fossero missioni all'estero per cooperare, tranne che nel caso Regeni».

Intanto però a ieri dal Cairo - come ricorda La Repubblica - «non sono stati nemmeno comunicati i domicili dei 5 agenti cui notificare l’avviso di conclusione e soprattutto gli atti di questi 5 anni d’inchiesta. Che documenterebbero, al di là di ogni ragionevole dubbio, la responsabilità di almeno 4 agenti dell’Nsa» ma anche «la sistematica opera di depistaggio ordita dall’ormai ex ministro dell’Interno egiziano Magdi Abdel Ghaffar per dissimularne le responsabilità». Se anche dunque Il Cairo non concedesse l’elezione di domicilio degli agenti indagati - consentendo che gli possano essere notificati in Italia, presso un difensore, gli atti del processo che li accusa - «la procura - sottolinea La Repubblica - procederà comunque alla discovery dell’atto di accusa nei loro confronti notificandone il deposito ai difensori già nominati d’ufficio, alle parti civili (la famiglia Regeni) per poi procedere a un decreto di irreperibilità che consentirebbe al processo di cominciare. Anche nella contumacia dei suoi imputati». E il processo a quel punto - sottolinea ancora il quotidiano - accenderebbe in Italia e non solo i riflettori sul governo egiziano.



Il tutto mentre il governo Conte - scrive La Repubblica - continua a confidare che la via del dialogo lasciata aperta con il Cairo porti dei frutti. Non per niente ieri il presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sull’omicidio Regeni, Erasmo Palazzotto, ha ribadito che in assenza di risposte dal Cairo «il richiamo dell'ambasciatore sarà solo un atto dovuto» mentre la deputata Pd Laura Boldrini ha definito «non barattabili» la «difesa dei diritti e la dignità dell'Italia». Dalla nostra regione, il consigliere regionale Furio Honsell (Open Sinistra Fvg) ha definito «molto positive le notizie» sulla «determinazione da parte della Procura di Roma di formalizzare» le accuse contro «agenti e mandanti»dell’omicidio di Giulio Regeni, aggiungendo che il Cairo «sarà perciò costretto a rispondere davanti alla richiesta di verità che la famiglia Regeni pone da quasi 5 anni e, con lei, tutti coloro che credono nella giustizia. Finalmente anche nel nostro Paese sembrano superati opportunismi militari ed economici». —

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