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«Business criminale dei minori stranieri: l’allarme di Trieste ignorato da Roma»

Il procuratore Tamborini: «Kosovari e albanesi pagano  3.500 euro a viaggio. Ma una volta qui non si integrano»

TRIESTE «La gestione dei minori stranieri non accompagnati è fallimentare e la criminalità balcanica ne trae grandi vantaggi. Nonostante le mie continue richieste, in cui segnalo rischi e possibili rimedi, il governo ignora il fenomeno». È il procuratore dei minori del Tribunale di Trieste, Leonardo Tamborini, a parlare. Lo fa su una questione delicata: il flusso migratorio dalla rotta balcanica. Il procuratore si riferisce in particolare ai giovani kosovari ancora minorenni: «In realtà parliamo di ragazzi di diciassette anni e mezzo – spiega – vale a dire migranti economici, i cui flussi sono in mano alla criminalità. E ciò accade analogamente ai flussi di altre nazionalità. I giovani kosovari, soprattutto, vengono qui per ottenere il permesso di soggiorno, ma su di loro non viene svolto alcun progetto di integrazione. Ne ho parlato con il ministro dell’Interno Lamorgese durante la sua visita a Trieste di settembre, ma nonostante le rassicurazioni non è accaduto niente. Sto tentando di farmi ascoltare, però senza risultato. Anche perché, ricordiamolo, questi ragazzi sono veramente delle vittime».



Procuratore, qual è la situazione?

I migranti minorenni continuano ad arrivare più o meno come prima. L’emergenza sanitaria non ha ridotto il flusso sia per gli asiatici, quindi afgani, pachistani e bengalesi, sia per i balcanici. Intendo kosovari, soprattutto, e in misura inferiore gli albanesi. In questo caso si tratta di migranti “economici” perché scappano dalla povertà e non dalle guerre. E sono quasi maggiorenni, tutti maschi: arrivano cioè quando hanno diciassette anni e mezzo in modo poi da ottenere il permesso di soggiorno quando compiono diciotto. Per il viaggio in Italia pagano 3.500 euro. Vengono mandati dalle famiglie.



Come sono gestiti quando raggiungono l’Italia e vengono ospitati dalle comunità di accoglienza?

Non svolgono alcun programma di integrazione, visto che in pochi mesi è impossibile farlo. E tra loro, circa il 30%, c’è chi ha reati alle spalle, soprattutto furti. Nonostante ciò, al compimento del diciottesimo anno di età, il ministero del Lavoro e delle politiche sociali dà spesso il parere favorevole per la conversione del permesso di soggiorno.

Ma sulla base di quali elementi, allora, viene concesso il permesso di soggiorno?

Sulla base di un corso di alfabetizzazione, che spesso però è poca cosa. Poi esibiscono un’offerta di lavoro che quasi sempre proviene dal Veneto e dalla Lombardia da imprese edili con titolari kosovari. Bisogna rivedere attentamente i criteri con cui il ministero del Lavoro concede i permessi.

Quali problemi arreca tutto ciò?

Questo sistema alimenta le organizzazioni criminali che gestiscono i viaggi dei ragazzi. Come detto, ognuno paga 3.500 euro. Inoltre, ripeto, entrano in Italia persone che non hanno alcun progetto né prospettiva di integrazione. Peraltro quando compiono diciott’anni escono dalle comunità per minori e non si sa dove vanno. Alcuni rischiano di diventare prede della criminalità. L’indagine sul tentato omicidio dell’anno scorso a Trieste, in Scala dei Giganti, ha rivelato che esistevano bande di ragazzi violenti. Ricordo anche l’omicidio a Udine. L’intero sistema comunque è un business: sappiamo bene che il Kosovo è un Paese povero che vive soprattutto di rimesse, cioè dei soldi che questi ragazzi poi spediscono alle famiglie. In altre parole le famiglie investono 3.500 euro per mandare i figli all’estero così da ricevere periodicamente denaro da loro.

Il governo è consapevole di questo scenario?

Ne ho parlato personalmente con il ministro Lamorgese a settembre. Ma sono cinque anni che mi rivolgo al ministero dell’Interno e del Lavoro. Mai una risposta.

E a settembre?

Davanti al ministro Lamorgese, al prefetto Valenti e al presidente Fedriga ho detto chiaramente che è necessario creare un canale di collegamento affinché io possa spiegare queste cose. E che si studino insieme dei rimedi. Il ministro ha accolto con favore la mia proposta.

Poi?

Poi niente. Quindi ho rimandato tutta la documentazione aggiornata con dati e informazioni sull’intero fenomeno. Ho anche telefonato. Niente. Allora ho scritto al Capo di Gabinetto del ministero del Lavoro, che appunto concede i pareri favorevoli ai permessi di soggiorno. Zero risposte. Non si è capito dove vanno a finire le lettere che questa Procura invia. Non si sa quale ufficio le prende in mano. Non posso mica mandare i carabinieri al ministero del Lavoro semplicemente per recapitare una lettera. —


 

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