Trieste, l'avvertimento degli autori del raid: «Noi ci facciamo giustizia da soli»

Le "case dei Puffi" a Borgo San Sergio dove è avvenuto il brutale pestaggio in casa a danni della coppia con cui la famiglia Hudorevich, ora in cella, aveva litigato al bar

Nel verbale dei poliziotti arrivati sul luogo del pestaggio le minacce lanciate dalla famiglia ora in cella

TRIESTE «Noi zingari la giustizia ce la facciamo da noi, tanto li conosciamo e sappiamo dove trovarli». Gli Hudorevich, la famiglia di Borgo San Sergio che in questi giorni è finita in carcere con l’accusa di aver massacrato di botte una coppia durante un vero e proprio raid punitivo nella casa delle vittime, aveva preannunciato l’operazione violenta.



Gli arrestati sono padre, madre e figlia: il quarantottenne Marcello, la quarantasettenne Marina e la ventinovenne Tamara. Ma era presente anche l’altro figlio, il ventisettenne Diego, indagato in stato di libertà perché non ha precedenti.

Sono persone di etnia sinti. «Siamo zingari», hanno appunto detto minacciosi: il particolare emerge dal verbale dei poliziotti intervenuti la sera prima del pestaggio, cioè durante un alterco scaturito al bar “Giulia” di via Grego 55 tra Marcello e Marina Hudorevich, marito e moglie, e la coppia. Gli agenti, dopo aver riportato la calma, avevano sentito gli aggressori pronunciare la frase che ventilava la vendetta: «La giustizia ce la facciamo da noi». E così è stato.

Quelle parole oggi rappresentano a tutti gli effetti una prova della responsabilità della famiglia sinti su quanto è accaduto il mattino successivo con la brutale aggressione nell’abitazione delle vittime.

Una prova di peso. Che li inchioda: anche perché durante l’interrogatorio del gip Luigi Dainotti, gli Hudorevich hanno negato categoricamente di essere entrati in quell’alloggio. Sostengono di non essere stati loro. Il giudice, dal canto suo, dopo l’interrogatorio ha confermato il carcere.

Ciò che è accaduto in quel pestaggio è davvero agghiacciante. Ecco la descrizione dei fatti che il pm Federico Frezza ha raccolto nella sua indagine prima di mandare la Squadra mobile e gli agenti del Commissariato di San Sabba ad arrestare la famiglia sinti.

Gli Hudorevich si presentano nell’alloggio delle vittime il mattino successivo al litigio nel bar. Un battibecco sorto a causa del «fastidio» che il cane della coppia avrebbe arrecato a Marcello e Marina.

Sono le 9.30 quando fanno irruzione nell’appartamento. Marcello e Marina, marito e moglie, si portano dietro anche i due figli Tamara e Diego. Suonano alla porta. La residente apre, tenta di resistere ma viene assalita. Tamara le tira con forza i capelli strappandole una ciocca, mentre Marina la colpisce più volte e con forza in faccia con un grosso moschettone da arrampicata. Marcello nel frattempo, si scaglia sul compagno della donna, che in quel momento è già a terra piena di sangue: lo prende a colpi al volto e alla schiena con un manico di un boccale di birra. L’uomo è a terra, ma sia Marcello che il figlio Diego si accaniscono su di lui con una raffica di calci e pugni. Gli Hudorevich poi fuggono, ma prima di andarsene rubano un braccialetto Swarovski che trovano sulla scrivania e 1.200 euro in contanti. Una rapina.

La coppia finisce in ospedale: la donna riporta fratture al naso; il compagno ha tre costole rotte e varie ferite.

Ma la famiglia sinti non l’ha fatta franca. La Squadra mobile e gli agenti del Commissariato di San Sabba li hanno individuati e arrestati. Marcello, Marina, Tamara e Diego dovranno rispondere di violazione di domicilio, lesioni gravi e rapina.

I loro nomi sono ben noti alla giustizia: Marcello e Marina (residenti nelle “case dei Puffi” di Borgo San Sergio; in questo procedimento sono difesi dall’avvocato Giovanni Di Lullo) hanno alle spalle numerose condanne per reati contro il patrimonio e un precedente giudiziario per lesioni. Marcello, inoltre, annovera condanne per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni. Tamara (difesa ora dall’avvocato Paolo Codiglia) vanta precedenti per pestaggi di più persone.

«I reati commessi dagli indagati – scrive il gip – non costituiscono episodi isolati, ma sono espressione del loro modus vivendi illegale, della loro personalità estremamente violenta e della loro abitudine a farsi giustizia da sé». —


 

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