Chiusure e letture, l'esempio di Machiavelli

Nicolò Macchiavelli

Anche Niccolò Machiavelli ha vissuto un suo lockdown. L'ho raccontato ieri ai miei studenti illustrando la vita dell'autore del “Principe”. Avendo ricoperto, sin dal 1498, ruoli di primo piano nella Repubblica fiorentina (diventando segretario della seconda Cancelleria), quando nel 1512 i Medici tornano a Firenze, Machiavelli viene rimosso dal suo incarico e condannato al confino. La presenza del suo nome in una lista di possibili partecipanti a una congiura antimedicea ne aggrava poi la posizione. Imprigionato e torturato, viene rimesso in libertà nel marzo del 1513 in seguito a un'amnistia: gli viene così concesso di ritirarsi in un luogo isolato, l'Albergaccio, presso San Casciano (a circa 15 km da Firenze), «ridutto in villa e discosto da ogni viso umano»: vale a dire, confinato in una casa di campagna e lontano dalla vista degli uomini. «Qui non ci è garzoni, qui non sono femmine», scrive in una lettera all’amico Francesco Vettori all'inizio del 1514.

Ma sono proprio i primi mesi di esclusione dalla vita pubblica a determinare in Machiavelli, quasi per contrasto, il desiderio impellente di approfondire il proprio pensiero, mettendolo nero su bianco, per dare valore universale alle meditazioni sulla politica. Dopo l'esperienza, è il momento della riflessione: da questa fase della sua vita nascerà il capolavoro, il trattato “Il principe”.


In un'altra, celebre lettera a Vettori (quella del 10 dicembre 1513), Machiavelli racconta come occupa le giornate in campagna: va a caccia, controlla i lavori agricoli, si reca all'osteria dove “s'ingaglioffa” con i popolani. Ma il momento importante è un altro, quello della lettura, un piacere che nessun confinamento - allora (e oggi) - può impedirgli (e impedirci). Scesa la sera, veste “panni reali e curiali” (il vestito della festa, diremmo: perché sta per incontrare persone importanti) ed entra “nelle antique corti delli antiqui huomini” per nutrirsi di cultura, sapere, bellezza: “dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro humanità mi rispondono; e non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro”. Machiavelli ci insegna che la lettura è una grandiosa via di fuga da ogni lockdown: ci arricchisce interiormente e non infrange alcun decreto.

23 - continua.

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