L’arma del buon senso contro il pensiero divisivo

La lite, l’esagerazione polemica, l’identificazione del nemico di turno è davvero ciò che alimenta quotidianamente l’attuale società da cima a fondo

È arrivato il momento di mettere assieme il buon senso e il senso comune. Se ci riuscissimo davvero, saremmo vaccinati rispetto alle nostre angosce e daremmo un poco di realtà a quel futuro che abbiamo rimosso.

Il mio amico psicoanalista, ascoltando i suoi pazienti, si è fatto l’idea che anche l’angoscia ha avuto una prima fase e adesso è entrata in una fase più difficile che porta con sé la depressione. Nel suo recente discorso il Presidente della Repubblica ci invita caldamente a non essere divisi, perché il momento chiede di lasciare da parte le polemiche politiche e di costruire un atteggiamento unitario. Non parla né di angoscia né di depressione, ma sta forse indicando un rimedio anche per la nostra psiche.


Siamo diventati sempre più “divisivi”, ecco la brutta parola che attraversa il discorso pubblico ormai da troppo tempo. È bene che sia una parola già spiacevole in sé stessa, così ci rendiamo conto immediatamente che andrebbe emendata, cancellata, almeno sostituita con il suo reale referente, cioè con il desiderio di considerare gli altri come degli avversari. Nella scena privata, per fortuna, questa parola non si usa anche se sarebbe divertente che la moglie dicesse al marito, o tutti e due al loro figlio, «come sei divisivo!».

la polemica, pane quotidiano

Per uscire dai guai dovremmo dunque imparare a essere meno polemici (magari ricordando che quando polemizziamo, scendiamo non solo etimologicamente su un sentiero di guerra): questa è l’esortazione che ci arriva dal “buon senso” e che dovremmo rivolgere soprattutto al “senso comune”, per il quale la polemica è un pane quotidiano che spezza subito la scena in due, tra chi pretende di avere ragione e chi, collocato dalla parte del torto, vorrebbe rovesciare la situazione. La lite, l’esagerazione polemica, l’identificazione del nemico di turno, è davvero ciò che alimenta quotidianamente l’attuale società da cima a fondo.

Perché ciò accada ha una risposta semplice, anche se si porta dietro la complessità dei nostri modi di stare nella società di oggi: amiamo la polemica perché ne ricaviamo un piacere immediato. Veniamo gratificati dal costruire ogni volta una specie di ring e di poterne risultare vincitori; il nostro “io” gode della possibilità di essere protagonista, perfino quando la posta in gioco consiste in poco o in quasi nulla.

la disposizione razionale

Come possiamo non vedere che questo piacere della polemica si rinfrange in qualunque tipo di comunicazione, dai media meno accreditati ai media più seri? E si rispecchia in qualche misura anche nei comportamenti di chi si ritiene immune da ogni vis polemica? Voglio dire che questo non facile uso del buon senso è un problema pesante: esso comporta, nientemeno, l’abbassamento della nostra pretesa di dire la verità.

Se riuscissimo a disporci ragionevolmente (“razionalmente”, se preferiamo dire così) su questa lunghezza d’onda, dovremmo rifiutare gran parte dei correnti talk show televisivi dove la lite e perfino la rissa sono spesso la base del messaggio e non per caso, dato che si evince dai sondaggi sugli ascolti che è ciò che viene chiesto abitualmente dai fruitori.

non arroganza ma mitezza

In ogni caso, attenzione però. Critiche come quelle a cui sto facendo riferimento, che sembrano perfino ovvie, potrebbero riprodurre almeno in parte la medesima logica che vogliono squalificare. Bisognerebbe riuscire a modificare il nostro gesto in un atteggiamento privo di arroganza e caratterizzato dalla mitezza. Per affermare il buon senso dovremmo, innanzi tutto, raffreddare il tono e il modo della nostra stessa affermazione. Che significherebbe riuscire per davvero a far indietreggiare la virulenza della polemica nell’ambito di un comprensibile consiglio.

Non è facile, e forse sta qui il passo più difficile, quello che ci permetterebbe di unire buon senso e senso comune: il primo dovrebbe abbandonare la pretesa di trovarsi, a prescindere, dalla parte di ciò che è giusto, il secondo dovrebbe espellere da sé la persuasione tipica del tifoso che crede che la sua squadra sia in quanto tale superiore a tutte le altre. La difficoltà dell’avvicinamento consiste soprattutto nel cambiamento di passo che in questo caso è un cambiamento del tono.

la pazienza da esercitare

Direi che è proprio una questione di etica minima dato che non è così agevole passare dalla pretesa di verità, che comporta quasi necessariamente che la nostra voce si alzi, alla mitezza del consiglio: quest’ultima non può esigere un ascolto sempre attento e disponibile, anzi sa che l’altro è perlopiù distratto o addirittura non vuole ascoltare. Insomma, ci sarebbe bisogno di una forma di comunicazione alla quale siamo molto poco allenati. Se esercitiamo la pazienza di cercare una simile sintonia, basata sulla ragionevolezza, ci saranno grandi vantaggi per tutti. La ragionevolezza ha la capacità di affermare sé stessa? Soltanto confidando in una risposta positiva andremo avanti. —

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