La democrazia malata e il vaccino Biden

Il neo-presidente Joe Biden assieme alla moglie Jill ieri al Philadelphia Korean War Memoria

La nostra democrazia è malata. È una malattia che circola per l’intero pianeta, qualcosa di simile a un’epidemia che non riusciamo a frenare. C’è chi cerca di mascherarla (addirittura con il termine “illiberale”), molti ormai la considerano un guscio svuotato della vita che aveva un tempo, dunque una realtà destinata al decesso. Arrivasse almeno una speranza di cura, un vaccino che ci permetta di respirare politicamente, attutendo la sensazione di soffocamento che stiamo soffrendo.

Biden? Chissà, potrebbe essere un inizio, un evento in grado di aiutare tutti noi a capire che forse qualche terapia balugina all’orizzonte, se non altro ad additarci una strada per smuoverci dallo stallo al quale stiamo rassegnandoci. Per ridare un po’ di respiro a una realtà rinsecchita e per continuare a pensare che la parola “democrazia” non è diventata completamente vuota.


Questa narrazione non è una semplice metafora. La pandemia in cui rischiamo di annegare potrebbe offrirci il linguaggio per descrivere l’affanno sociale in cui ci troviamo e il disagio evidente di non riuscire a far funzionare una medicina politica capace di lenirlo. Se rinunciassimo alla democrazia, a quale altro rimedio dovremmo ricorrere?

Avviciniamoci meglio alla questione, perché è necessario verificare di cosa stiamo parlando quando mettiamo in gioco la democrazia. La prima domanda è: abbiamo in mente la stessa cosa che hanno in mente gli americani e che il neopresidente Usa sta rappresentando? Rispondere di no è quasi un’ovvietà, ma se fosse proprio questa differenza ad avere su di noi un effetto terapeutico? La diversa accezione di “democrazia”, che vediamo rispecchiata già nelle prime mosse di Biden, potrebbe agire utilmente sulla nostra visione pallida e malata di un qualcosa che ormai ha fatto il suo tempo, iniettando in essa una dose di vitalità.

Certo, i discorsi d’esordio di Joe Biden e di Kamala Harris (la sorprendente compagna che ha scelto per la sua avventura politica) contengono un eccipiente di entusiasmo retorico, resta però la sostanza delle affermazioni. Ne estraggo solo due passaggi. Biden: «Dobbiamo smettere di trattare gli avversari come nemici». Kamala Harris: «La democrazia non è uno stato, è un atto». Bastano per tracciare una demarcazione rispetto a noi. Che sia essenzialmente un agire e un costruire (detto per di più da una donna non bianca di origini afroasiatiche) fa a pugni con la nostra idea ormai consunta che la democrazia sia statica e come tale sempre più destinata, entropicamente, ad accartocciarsi su sé stessa.

Al posto di un utopistico “potere del popolo”, da noi ormai trionfa una gestione dello stato di fatto, qualcosa come un “realismo” amministrativo che non contempla né movimento né futuro: così, prevale uno scetticismo radicale che non nasconde la convinzione che l’idea di democrazia abbia preso definitivamente il volo. Inoltre, il termine “popolo” risulta ormai consunto e a disposizione di usi ideologici e piccoli cabotaggi politici (pure gli Usa lo hanno di recente sperimentato sulla loro pelle). Quanto al “potere”, si dà semplicemente per acquisito che esiste e va incrementato a vantaggio di coloro che lo detengono.

Forse l’effetto vaccino consisterebbe – se potessimo mai procurarcelo – nel far sì che gli avversari politici cessino di venire considerati e trattati alla stregua di nemici da combattere e annientare. Qui, noi siamo davvero agli antipodi. Credo che negli Stati Uniti una simile affermazione possa trovare storicamente e istituzionalmente un fecondo terreno di coltura: parole come quelle di Biden hanno, in ogni caso, una sicura risonanza popolare. Da noi tenderebbero a produrre poco più che sorrisi maliziosi.

Gli italiani si considerano ormai smagati, così avvolti a livello mediatico nella polemica addirittura personale (lo stiamo verificando anche nelle dispute tra i virologi) da mostrare che il bene comune ha molto spesso la consistenza di una battuta. Nessuno sembra davvero crederci, tanto sono incistati nelle nostre teste l’interesse individuale e l’impegno ad annichilire l’avversario.

Dovremmo farci dare lezioni di socialità, e magari di socialismo, da chi ha sempre rappresentato la faccia più individualistica nei propri comportamenti? Siamo arrivati davvero a questo punto? Di fronte a tale comprensibile indignazione, vorrei solo osservare che la democrazia ha tante facce e che forse, quando un americano pronuncia questa parola, non intende quello che noi abbiamo in testa. È proprio simile divario che dovrebbe farci riflettere, non per prendere un modello, ma per riavviare la nostra pellicola, quel film che arriva al the end della democrazia senza alcun ritorno. E, magari, ricavarne una sorta di vaccino per sperare di guarire. –

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