Dalle galline infuriate al cane che ama il vino: gli animali protagonisti nella musica popolare

Anche nella tradizione triestina una collezione di canzoni in cui si cita la fauna. A Servola, per esempio, capita di andare in sella al mus  

La musica popolare è, quasi sempre, la voce della cultura più semplice e umile. Non fa eccezione la realtà triestina che attinge a piene mani dai cliché della vita quotidiana: ecco quindi rioni cittadini, la bora, il mare, immagini della vita contadina, una scampagnata con la “morosa” oppure una bevuta insieme agli amici. Anche gli animali vengono frequentemente nominati.

Scritte dal popolo e indirizzate al popolo stesso, quasi mai le vecchie canzoni triestine hanno origini ben precise, ma guai definirle fuori moda: ancora oggi infatti vengono riproposte, in chiave moderna magari, da diversi musicisti contemporanei. «Le galine tute mate / per la perdita del galo / le ga roto ’l caponaro, de la rabia che le ga»: quale triestino non l’ha mai canticchiata? Si dice che questa canzone si sia ispirata a una composizione veneta. Il ritornello è pressoché sempre lo stesso, ma le versioni del testo si discostano non di poco una dall’altra: tra tutte citiamo la storia di una signora che, per preparare il pranzo, uccide il gallo del pollaio, scatenando così l’ira delle galline.


«Mi col mus, ti col tram /’ndemo a Servola doman». Nel passato il fatto di andare a Servola indicava semplicemente il concetto di andare a fare una passeggiata spensierata. Non tutti avevano le possibilità economiche per potersi permettere questo che era un vero e proprio lusso: i più fortunati potevano fare il tratto in tram, mentre gli altri dovevano accontentarsi di raggiungere il rione a cavallo di un “mus”. Quasi sempre i termini del dialetto che indicano la fauna ricordano, perlomeno alla lontana, quelli della lingua italiana, ma la parola che indica l’asino – il nostro “mus” insomma – è una delle poche e più rappresentative eccezioni.

«Solo davanti a un fiasco de vin / quel fiol d’un can fa le feste / perché xe un can de Trieste e ghe piase el vin». La canzone “El can de Trieste” ha la particolarità di avere delle origini definite, ma nonostante ciò la annoveriamo parte della cultura popolare: scritta da Lelio Luttazzi, cantautore triestino, più di cinquant’anni fa, narra di un cane perennemente triste e del suo padrone avvilito nel vedere questa situazione. Finché, un giorno, l’uomo trova una sorprendente soluzione al problema del suo quattrozampe: scopre che l’unico modo per renderlo particolarmente felice e affettuoso è quello di metterlo davanti a una bottiglia di vino. —


 

Minestra di cavolo nero, fagioli all’occhio e zucca con maltagliati di farro

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