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Contagi, la solitudine dei numeri sbagliati

Il fisico e scrittore Paolo Giordano, docente della Sissa, è critico sulla contabilità dei casi. «Troppi passaggi, più centralità»

2 minuti di lettura

TRIESTE Il nuovo Dcpm firmato da Conte è «un passo nella direzione che attendevamo: finalmente non si tratta l’Italia come un unicum omogeneo, ma si opera su base regionale.

Anche se per una gestione più funzionale bisognerebbe raggiungere una granularità ancora maggiore, essere in grado di ragionare per province».

Il fisico e scrittore Paolo Giordano, docente del corso di perfezionamento del master in Comunicazione della Scienza della Sissa, concorda con la direzione dell’ultimo Dcpm governativo, pur sottolineando il ritardo con cui è stato varato. Già a metà ottobre il fisico aveva lanciato un appello per un’azione immediata a base di mini lockdown territoriali, data la crescita esponenziale e in accelerazione del numero dei contagi.



Lo scorso 2 novembre era tornato sul tema con un articolo sul Corriere della Sera, proponendo, insieme all’epidemiologo Alessandro Vespignani, sette principi guida per affrontare la pandemia, dall'importanza della centralizzazione, e del suo opposto, la granularità, nella sua gestione, alla disponibilità e corretta analisi dei dati, dalla trasparenza dei processi decisionali a una comunicazione adeguata.

L’abbiamo intervistato per analizzare con lui quanto questi principi siano stati seguiti nel decreto del 3 novembre.

Si sarebbe potuta raggiungere una granularità ancora maggiore dunque?

Non agendo adesso, purtroppo. Siamo molto in ritardo e una granularità ottimale può funzionare quando si ha la circolazione del virus sotto controllo, mentre in Italia il tracciamento è saltato da più di un mese. Il livello regionale dovrebbe servire a scongiurare un lockdown generalizzato. Ma non è detto.

E per fare meglio?

Per interventi ancora più mirati avremmo dovuto intervenire all’inizio dell’accelerazione nei vari punti e non dopo settimane.

Questo ritardo è imputabile ai rimpalli di responsabilità tra Regioni e Stato centrale?

Certamente hanno causato e stanno causando problemi. E’ un nodo che va assolutamente sciolto, perché è foriero di altri ritardi e disfunzioni.

E per quanto riguarda la disponibilità e l’utilizzo dei dati?

Rispetto ai dati Conte ha assunto una responsabilità nel suo ultimo discorso, ha raccolto l’appello nostro e di molti altri. Ma ci sono ancora forti criticità, che riguardano il complesso rapporto tra Governo e Regioni: andrebbe rivisto il meccanismo di raccolta dei dati, pensando ad avere una raccolta centrale che avviene contestualmente con quella della Regioni. Con il doppio passaggio i dati non solo arrivano in ritardo, ma diventano anche fonte di contrattazione.

Stavolta però c’è stata maggiore chiarezza: nella divisione in aree dell’Italia si è spiegato di aver agito secondo 21 parametri...

Un numero troppo alto, che aumenta la complicazione del sistema. Ciascun indicatore porta con sé un certo margine d’errore, aumentando così la discrezionalità delle decisioni, indebolendo gli automatismi e dando adito a contrattazioni. A nessuno di noi è chiaro il meccanismo secondo cui questi indicatori interagiscono: un alto numero di parametri è un elemento di sottile deresponsabilizzazione del governo centrale rispetto alle misure.

E dal punto di vista comunicativo c’è stato qualche miglioramento?

Continua a venire gestito tutto dagli esperti nei talk show, ma così si finisce nel disordine delle opinioni opposte.

La soluzione?

Non bisogna semplificare la complessità, non c’è una soluzione univoca, ma tanti elementi che devono agire insieme e funzionare. E’ molto difficile, ma di una cosa sono certo: mentre si gestisce questa seconda ondata bisogna pensare a medio termine e mettere in piedi le infrastrutture necessarie per ciò che accadrà dopo. —




 

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